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La RiRi non per caso al museo del design
Anche i prodotti più comuni sono terreno fertile per l'innovazione tecnologica. Per esempio, le chiusure-lampo.
di Bruno Giussani
10 luglio 2005
Quando uno pensa a dei tessuti, in generale s'immagina magliette e pantaloni, tende e lenzuola, sciarpe di lana e camicie di seta, le vele di una barca o il rivestimento di una poltrona. Non pensa a strade, motori, containers, o arterie umane.
Eppure in anni recenti è proprio in questa direzione che i cosiddetti "tessuti tecnici" si sono sviluppati, diventando uno dei più innovativi settori del design e della creatività tecnologica. Per tutto dire, non me n'ero mai veramente accorto. Certo, come molti avevo notato che, quando si tratta di sollevare pesi, stringhe di poliestere sostituiscono ormai spesso corde e catene; o che l'equipaggiamento dei pompieri o degli esploratori polari s'apparenta talvolta con quello degli astronauti (a cominciare dalle tute che resistono alle temperature estreme). Nella sede della Medtronic in Romandia avevo visto sostituti per arterie umane (usati in caso di bypass) che parevano fatti all'uncinetto. Ma non avevo collegato il tutto e quindi non mi ero accorto fino a che punto i "tessuti tecnici" sono già diventati parte integrante (seppure spesso invisibile) della nostra vita.
L'ho capito visitando recentemente la prima mostra sul tema al Museo Nazionale del Design di New York (aperta fino al 30 ottobre), scoprendovi applicazioni dei "tessuti tecnici" che spaziano dall'architettura alla medicina, dai trasporti all'ambiente, dallo sport all'agricoltura, all'esplorazione spaziale. Ho visto capi di vestiario "intelligenti", intrecciati con microcircuiti elettronici, capaci di assorbire e trasmettere dati in formato digitale (per monitorare lo stato di salute di chi li indossa); "impalcature" di poliestere che sembrano fatte a uncinetto, usate per sostenere la rigenerazione di tessuti umani dopo la rimozione di un tumore; tessuti in fibre sintetiche usati sotto il catrame per rinforzare strade e piste d'atterraggio; strutture tubolari intrecciate che possono essere solidificate attraverso calore o reazioni chimiche e diventano più forti dell'acciaio; guanti che non si bucano neanche afferrando filo spinato; vele che pesano due terzi meno del nylon; ingranaggi per motori "tessuti" (anzichè fusi o stampati), e quindi più flessibili pur con la medesima solidità; e un centinaio d'altri esempi.
Fra i quali uno ticinese. Al secondo piano del museo ho trovato sette chiusure-lampo di due metri di lunghezza, appese al muro una accanto all'altra, e sulla didascalia stava scritto: "RiRi". L'azienda di Mendrisio fabbrica prodotti d'uso comune: basta guardarsi attorno per costatare che siamo circondati da cerniere. Ma non per questo ha smesso di innovare, e anzi lo sta facendo meglio di chiunque altro.
Le cerniere esposte a New York sono il prodotto della collaborazione della RiRi con Alinghi in occasione della Coppa America, nel 2003, da dove il nome "Storm", tempesta: sono infatti impermeabili. L'azienda sta continuandone lo sviluppo per creare delle versioni che possano resistere ai gas e agli agenti chimici, da usare per esempio per le tute di intervento in caso di incidente biochimico o per dei rifugi di fortuna, rapidamente messi in piedi e - "zip!" - ermeticamente chiusi in un attimo.
Non ho mai visitato la RiRi, ma la presenza di quelle cerniere al Museo del Design dimostra che l'azienda ha ben capito quello che troppo spesso si tende a dimenticare: chi non innova è destinato a declinare, e anche i prodotti più comuni sono terreno fertile per l'innovazione tecnologica, alla ricerca di migliori performances, applicazioni inedite, e nuovi mercati.