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La memoria da portachiavi
Sempre più gente si porta in tasca un "memory stick". Gingilli digitali che invitano implicitamente a condividere testi, immagini e suoni, interpretando quest'epoca di mescolanza di tendenze e d'idee.
di Bruno Giussani
17 luglio 2005
L'altro giorno a Zurigo quattro oratori sono arrivati con una ventina di minuti d'anticipo sul luogo della conferenza durante la quale dovevano parlare di business e tecnologia. Tutti avevano previsto - cosa oggi molto comune anche quando il tema è assolutamente non-tecnologico - di parlare aiutandosi con una presentazione in formato elettronico, usando grafici e immagini. Uno intendeva mostrare pure un video.
Ma nessuno dei quattro (ero uno di loro) s'era portato dietro il proprio computer portatile, come solitamente si fa in queste occasioni. Ciascuno è arrivato invece con un "memory stick" in tasca, l'ha infilato nell'apposita presa sul retro del computer già installato nella sala, vi ha "copiato" la propria presentazione, e in tre minuti eravamo pronti per la conferenza. Aspettandone l'inizio, ce ne siamo andati a bere un caffé.
Racconto la scena non perchè ci sia una qualche prodezza tecnologica dietro questo comportamento. Piuttosto, quel che mi ha colpito è l'esatto contrario: la tecnologia di base che ci permette di trattare informazioni in modo digitale (computer con alcuni programmi standard) e di riceverne o trasmetterne (collegamento all'internet) è ormai talmente diffusa, disponibile quasi ovunque, che inizia a sfiorire il bisogno di portarsela appresso. Ci servono invece i dati e le informazioni, i nostri "files" con testi, immagini e musica. E quelli possiamo portarceli in un piccolo ciondolo elettronico attorno al collo o attaccato al portachiavi o semplicemente in tasca: un "memory stick".
Per coloro che non ne hanno mai sentito parlare, diciamo che un "memory stick" è una "memoria" elettronica capace di contenere centinaia di documenti digitali, fotografie, decine di spezzoni di video e brani musicali, ma le cui dimensioni sono ridottissime (quelle di un piccolo gingillo da portachiavi, appunto). I dati sono mantenuti anche in assenza di elettricità o batteria. Lo strumento è dotato di una "porta" (che in gergo si chiama "USB"), uno spinotto che permette di collegarlo facilmente a ogni computer, potendo così accedere ai dati che vi sono memorizzati (o copiarvene altri).
Le "chiavi USB" sono state per alcuni anni strumenti usati soltanto da tecnici e appassionati di informatica. Ma ora che la loro memoria è diventata capiente, il prezzo contenuto, e la "porta" per collegarli è ormai uno standard su ogni computer, sempre più gente ne porta una con sè. Uomini d'affari, che sostituiscono così pacchi di carta. Musicisti e DJ, che li usano per scambiarsi pezzi musicali. Studenti; creativi; insegnanti; giornalisti. Questi piccoli apparecchi stanno diventando anche accessori di moda, nascosti dentro penne, orologi e braccialetti. Victorinox ne vende un modello che chiama "Swiss Memory Stick". E alcuni designers hanno annunciato versioni "più femminili", con forme, colori e materiali scelti per piacere alle donne (per ora, pare, gli utilizzatori sono per tre quarti maschi).
L'aspetto più interessante del fenomeno mi sembra essere l'invito implicito, insito nella economicità e nella facilità d'uso delle "chiavi USB", a condividere testi, immagini e suoni. Infilane una in un computer e puoi mostrare, dare, ricevere, scambiare. Bene interpretano quindi quest'epoca di "re-mixing", di rielaborazione d'informazione, di ricomposizione di frammenti creati in precedenza, di mescolanza di tendenze e d'idee, di confusione creativa, di reciproca contaminazione culturale, di lavoro "in rete", di assorbimento di novità ovunque si vada - o perlomeno, ovunque ci sia un computer con una "porta USB".
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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