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Bruno Giussani - Articles on Technology and Economy
(Articles on Politics and Society: follow this link)

Il braccio nel petto e la protesi del futuro

Jesse Sullivan ha perso entrambe le braccia, ma non dispera di tornare a pescare. Ecco perchè

di Bruno Giussani
6 novembre 2005

Jesse Sullivan ha trascorso 25 dei suoi 54 anni lavorando per l'azienda elettrica della sua città: Dayton, nello Stato americano del Tennessee. Nel tempo libero andava a pesca e a caccia. Poi, il 9 maggio 2001, si prese una scossa.

Non una di quelle fastidiose scariche elettriche che ogni tanto capitano anche a noi: Sullivan fu attraversato da una scarica di 7400 volt, che gli strappò entrambe le braccia. Tecnicamente si chiama "disarticolazione".

Immaginate di perdere entrambe le braccia. Se l'amputazione è sotto il gomito, sarà già piuttosto complicato usare una protesi, utilizzando i muscoli della spalla per "comandarne" i movimenti. Ma se avete perso le braccia all'altezza della spalla, come è successo a Sullivan, non ci sono più muscoli da collegare al braccio artificiale e le protesi diventano scomode, complicate, e difficili da controllare. Molte protesi esistenti usano comandi all'altezza del mento per attivare dei micromotori che provocano un movimento alla volta: apri-sposta-chiudi. Difficile immaginare, in queste condizioni, di tornare a pescare o a cacciare.

Ma Sullivan pensa che ritornerà a battere i fiumi del Tennessee. Perchè nel frattempo ha incrociato Todd Kuiken, ed i due stanno cercando il modo di dare agli amputati un miglior controllo delle protesi e restituire loro almeno parte della loro indipendenza.

Ho incontrato Sullivan e Kuiken in ottobre a Camden, nel Maine americano, durante PopTech, una conferenza che ogni anno riunisce scienziati, innovatori, imprenditori e artisti per discutere in modo informale di nuove idee e piste inedite, e per condividere esperienze. Kuiken è il direttore del centro di neuroingegneria dell'Istituto di riabilitazione di Chicago, e la prima cosa che Sullivan dice quando racconta la sua storia è: "credo che Dio mi abbia risparmiato perchè potessi incontrare Todd".

Sullivan-Kuiken
Jesse Sullivan e Todd Kuiken.
(Foto Giussani - ottobre 2005)

A tutti gli effetti, Kuiken e i suoi collaboratori si stanno servendo di Sullivan come di una cavia "bionica", e quel che stanno facendo è al tempo stesso incredibile e una conferma della straordinaria capacità di adattamento del corpo umano. Teoricamente, si potrebbero utilizzare i nervi per controllare un braccio artificiale, "ascoltando" i segnali nervosi e usandoli per dare ordini ai micromotori della protesi. Ma i segnali sono deboli, e questo approccio richiederebbe l'impianto di elettrodi all'interno della spalla.

Kuiken ha provato qualcosa di diverso, che finora era stato tentato solo nei ratti: ha re-impiantato nei muscoli pettorali di Sullivan quattro nervi del suo braccio, e ora, quando Sullivan pensa "chiudi la mano" ciò provoca un piccolo movimento specifico dei suoi muscoli pettorali che comanda al motore nella protesi di chiudere la mano. "Il movimento avviene in modo naturale, senza concentrazione particolare", dice Sullivan.

Se ciò è di per sè spettacolare, le conseguenze inattese dell'esperimento sono ancora più sorprendenti. L'impianto dei nervi nei muscoli pettorali è stato accompagnato dalla ricrescita di nervi sensoriali. Così che quando Kuiken tocca un punto particolare del petto di Sullivan, Jesse "sente" il tocco come se fosse applicato alla sua mano. "Mi stai solleticando il palmo", dice. In altre parole, ciò permetterebbe di sviluppare una protesi che oltre al movimento permetta anche il controllo della forza applicata, per esempio, a una stretta di mano.

La protesi che Sullivan sta sperimentando, pur essendo piena di tecnologia, è ancora molto primitiva nel design, e pesante. Ma lui dice di riuscire già a dipingere e aiutare la moglie con il bucato. La pesca non sembra più così lontana.

(copyright 2005 Bruno Giussani)
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