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Il programma invisibile e il potere emergente dell'internet
Senza informarli, attraverso dei CD musicali, Sony BMG ha installato un software sui computer dei suoi clienti. Pessima idea.
di Bruno Giussani
20 novembre 2005
Questo è il riassunto di una vicenda che ha coinvolto acquirenti di CD musicali in giro per il mondo, molti dei quali hanno subìto dei danni, ma che non ha quasi lasciato traccia nei media "tradizionali" (stampa, televisione). Il tutto si è svolto sull'internet: la scoperta dell'affare, la verifica, la diffusione dell'informazione, il crescendo polemico, alla fine del quale la multinazionale Sony BMG ha dovuto scusarsi e ritirare i prodotti dal mercato.
Sony BMG, la filiale musicale della Sony e di Bertelsmann, ha messo in vendita negli ultimi mesi milioni di CD d'artisti noti come Ray Charles, e meno noti come Van Zant (elenco completo) contenenti il programma informatico XCP destinato a impedire le copie illegali delle canzoni e la loro diffusione in rete.
Intenzione legittima: il diritto di autori e produttori di veder riconosciuto e protetto il loro lavoro è ovvio. Ma la questione è complessa, perchè la digitalizzazione della musica mette in crisi le norme legali e le pratiche d'uso esistenti. E mentre "libera" l'utilizzatore, che oggi può fare ciò che vuole di un brano musicale (copiarlo, inviarlo ad un amico, "remixarlo"), la tecnologia offre pure all'industria musicale nuove possibilità di controllo.
E' quel che BMG ha voluto fare mettendo quel programma nei CD (prodotti negli USA ma distribuiti un po' dappertuto). Inseriti in un apposito lettore per CD, funzionano normalmente. Ma usandoli con un computer (secondo i sondaggi, un terzo degli acquirenti ascolta musica su supporti informatici: PC, iPod o altro), il programma XCP s'installa invisibilmente sulla macchina, controllando l'uso del CD, il numero di copie eseguite, comunicando informazioni alla Sony all'insaputa dell'utilizzatore. Di più: XCP è talmente malfatto che rende il computer vulnerabile dal profilo della sicurezza, e in taluni casi può danneggiarlo.
La presenza di XCP nei CD è stata scoperta a fine ottobre dal ricercatore Mark Russinovich, che ha pubblicato l'informazione sull'internet, ripresa rapidamente da molti "blogs" (diari personali e siti tematici), completata poi dal contributo di altri esperti che hanno analizzato chi la struttura del programma, chi i problemi di sicurezza o la dimensione del problema (il rispettato Dan Kaminsky ha calcolato che almeno 568'000 reti sono state "infettate" dall'XCP, fra cui quasi 8000 in Svizzera), chi gli aspetti legali (denunce sono già pendenti).
Si potrebbe liquidare il tutto come un'iniziativa legittima andata storta. Sennonchè la Sony, prima di ritirare i prodotti dal mercato e offrire rimedi, ha passato giorni a smentire, minimizzare e distribuire un programma per "disinstallare" XCP che però provoca danni peggiori.
Ma questa vicenda è soprattutto un esempio del potere crescente della cosiddetta "informazione collaborativa" sulla rete: dove, ignorando gli organi di stampa sono gli stessi consumatori d'informazione, geograficamente dispersi, senza conoscersi personalmente, a mettere in comune le loro competenze per esplorare tutti i lati di una vicenda, pubblicando sull'internet e collegando i loro siti con dei "link", correggendo vicendevolmente errori e analisi, in un ciclo reso rapidissimo dalla condivisione delle informazioni, assimilabile a una conversazione planetaria. Fino a far piegare in due settimane una multinazionale.
Scorcio illuminante del futuro dell'informazione. E, per le aziende, del servizio alla clientela e della gestione della reputazione: quante sanno quel che di loro e dei loro prodotti si sta dicendo, in questo momento, sull'internet?
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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