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Hollywood e i "messaggi positivi"
Come uno dei fondatori di eBay cerca di coniugare produzioni hollywoodiane e "valore sociale".
di Bruno Giussani
21 gennaio 2006
C’è del nuovo nel mondo del cinema. Sono attualmente sugli schermi americani tre film che non s’assomigliano ma hanno molto in comune: “Good night, and good luck”, sul confronto mediatico-politico, negli anni Cinquanta, fra il giornalista televisivo Edward Murrow e il senatore ultraconservatore Joseph McCarty; “Syriana”, film d’azione con George Clooney e Matt Damon sulle connessioni fra compagnie petrolifere, servizi segreti e terrorismo; e “North Country”, con Charlize Theron nel ruolo di una minatrice del Minnesota vittima di molestie sessuali. Presentato all’ultimo Festival di Venezia, “Good night” è stato ricoperto d’elogi (l’ho visto recentemente: sono meritati) e sarà presto nelle sale europee; gli altri due arriveranno in primavera.
Ciò che unisce questi film è che sono tutte produzioni hollywoodiane – costose e che mirano ad attirare un pubblico vasto – ma di un genere insolito: intendono avere un impatto socialmente positivo.
Fra i produttori di tutti e tre i film (e di un quarto che uscirà fra qualche mese, “American Gun”, sull’ossessione americana del possesso di armi) figura la compagnia Participant Productions, fondata da Jeff Skoll. Canadese, sulla quarantina, Skoll è uno dei fondatori del sito d’aste eBay, uno dei servizi più noti e utilizzati dell’Internet, ed è multimiliardario: si valuta che la sua quota in eBay valga fra i tre ed i quattro miliardi di dollari. La storia di Hollywood è piena di ricchi visionari (come l’editore Hearst e l’industriale Hughes) che hanno cercato di cambiarla, di imporre nuove idee, e hanno tutti fallito. Ma Skoll sembra aver preso una strada diversa: usare le ricette hollywoodiane classiche (attori famosi, scenari spettacolari, fotografia di altissima qualità) applicandole a film di richiamo che ambiscono a migliorare il mondo, che si portano dietro messaggi positivi (protezione dell’ambiente, giustizia) o di denuncia (contro la guerra, contro il traffico d’armi). Film che vogliono far riflettere (e magari far agire) e il cui valore non si misura soltanto attraverso il numero di biglietti venduti.
Perché Skoll ha scelto di mettere parte dei suoi soldi e delle sue energie nel cinema anziché altrove? Perché l’industria cinematografica è relativamente piccola (fra film e DVD la cifra d’affari globale è dell’ordine di un centinaio di miliardi di dollari all’anno) e se non è sicuro che i film possano cambiare il mondo, è certo che Hollywood esercita un’influenza sproporzionatamente grande sulle attitudini di centinaia di milioni di persone e sui trend socioculturali.
Idealmente, i film che Skoll vorrebbe finanziare sono i nuovi “Gandhi” e “Erin Brockovich”: premi Oscar che furono anche successi economici e portatori di messaggi socialmente importanti. L’aspetto forse più interessante dell’approccio di Participant Productions è il metodo con il quale sono scelti i progetti da finanziare, usando cioè metriche inedite nel mondo del cinema. “Uno dei criteri centrali consiste nel capire se il film ha un potenziale d’impatto positivo più grande di quello che sarebbe prodotto dando gli stessi soldi direttamente a un’organizzazione che si occupa della stessa tematica”, ha spiegato Skoll alla stampa americana. “In certi casi abbiamo analizzato il profilo di rischio di un film e ci siamo detti: è molto probabile che su questo film perderemo dei soldi, un milione, o forse cinque milioni, ma è possibile che possa creare l’equivalente di dieci o venti milioni in valore sociale, in ispirazione e informazione, in contributo positivo al mondo in cui viviamo. E l’abbiamo finanziato”.
(copyright 2006 Bruno Giussani)
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