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La censura cinese con l'aiuto occidentale
Yahoo, Google e Microsoft aiutano il governo di Pechino a censurare l'Internet - per "rispettare le leggi locali"
di Bruno Giussani
29 gennaio 2006
La frase “rispettiamo le leggi locali” sta diventando l’albero che nasconde una foresta di interessi commerciali e di mancanza di rispetto per i diritti umani. E’ stata usata qualche mese fa dal gigante dell’internet americano Yahoo quando si scoprì che aveva trasmesso al governo di Pechino informazioni che avevano poi condotto all’identificazione di un giornalista cinese che disponeva di un indirizzo e-mail presso Yahoo (è ora in prigione). E’ stata usata da Google quando è stato accusato di filtrare i risultati delle ricerche sulla rete in modo che dalla Cina non si potesse ottenere nessuna informazione per voci “Tibet” o “democrazia”. Ed ora è stata utilizzata da Microsoft per giustificare la cancellazione dal suo servizio MSN Spaces, il 31 dicembre, di un sito (un “blog”) molto popolare scritto da Zhao Jing. Pochi giorni prima, Zhao aveva criticato il licenziamento dei dirigenti del quotidiano “Beijing Daily News”.
Internet sta vivendo un’esplosione in Cina, e conta già più di cento milioni d’utilizzatori. Gli sforzi del governo per contenere la libertà di parola in questo spazio sono draconiani. Tutti i sistemi di gestione dei siti offerti sul mercato da vari operatori includono meccanismi di censura. Rebecca McKinnon dell’università di Harvard ne ha parlato in ottobre alla conferenza PopTech, e negli ultimi mesi ha svolto un’analisi sul modo in cui i “blogs” (siti personali) cinesi vengono censurati. Ogni operatore ha il suo sistema, ma tutti filtrano. Quando si usano parole o frasi “sensibili”, scrive McKinnon, certi servizi rinviano un messaggio che dice: “questo testo contiene linguaggio proibito, per favore correggetelo”; altri lasciano che gli utilizzatori pubblichino qualunque cosa ma “cancellano” ex-post ciò che non piace alle autorità (questa procedura è probabilmente eseguita manualmente da burocrati con l’ausilio di sistemi di allerta automatici); altri ancora sostituiscono le parole proibite con dei simboli neutri tipo ****.
Nel caso dei siti di MSN, gli strumenti di gestione dei “blogs” sono programmati per filtrare automaticamente le parole sensibili: la censura è parte integrante del “design” del software! Ma l’affare Zhao Jing è di natura diversa. Il suo sito non è stato censurato dalle autorità: è stato cancellato dal personale di Microsoft.
Dopo che i media americani si sono occupati della vicenda, Microsoft ha offerto come giustificazione quella frase sulle “leggi locali”. Chiaramente nessuno chiede a queste aziende di infrangere le leggi dei paesi nei quali operano. Ma un’attitudine più ferma sarebbe certamente possibile in nome della libertà d’espressione. Non credo che il governo cinese (che è tributario degli investimenti e della domanda esteri per mantenere la crescita economica e tenere sotto controllo le tensioni sociali; che vuole apparire agli occhi del mondo come un faro di modernità in occasione delle olimpiadi 2008; che fa ora parte dell’OMC e ha dunque qualche regola da rispettare) avrebbe semplicemente espulso Microsoft dal paese.
Certo, può essere difficile per una sola azienda opporsi a cose che altri invece fanno. E si può pure argomentare che la presenza, anche condizionata, di questi (e altri, inclusi gli europei) giganti dell’Internet e delle comunicazioni in Cina è meglio della loro assenza, perché l’Internet e i telefonini sono strumenti di democratizzazione.
Ma così come ogni paese ha le sue leggi, ogni azienda, quando si tratta di diritti fondamentali come quello d’espressione, dovrebbe avere un orizzonte morale che non può essere limitato al “rispetto delle leggi locali”.
(copyright 2006 Bruno Giussani)
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