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Un campo di calcio contro l'AIDS in Africa
Un'organizzazione applica la potenza dell’internet e la creatività di architetti e designers alle crisi umanitarie e alla povertà.
di Bruno Giussani
5 marzo 2006
Cos’ha a che fare un campo di calcio con la lotta all’AIDS in Africa? Molto, secondo Cameron Sinclair: “Il calcio è lo sport più popolare in Sud Africa”, spiega. “Può quindi essere uno strumento efficace per raggiungere la popolazione a più alto rischio d’infezione: le ragazze adolescenti”.
Sinclair, 32 anni, è il fondatore del gruppo non-profit americano “Architecture for Humanity” (AFH, Architettura per l’umanità), nato quasi per caso nel 1999 in risposta al problema dell’alloggio dei rifugiati in Kosovo e che è diventato il catalizzatore di un movimento internazionale di architetti e designers attivi nella ricerca di soluzioni per le crisi umanitarie e, più in generale, per le comunità più povere. Due settimane fa in California è stato insignito del “TED Prize 2006”, che onora ogni anno persone “con la capacità di cambiare il mondo”.
Sinclair sta tentando di cambiarlo applicando la potenza dell’internet e la creatività di architetti e designers alle popolazioni toccate da guerre, epidemie o disastri naturali. Durante la crisi dei rifugiati kosovari, con un collega lanciò un appello attraverso l’internet. In poche settimane ricevette 200 progetti da trenta paesi per alloggi a basso costo ma dal buon design, capaci di funzionare in modo più efficace, offrire un tetto più dignitoso e durare più delle tende usate dall’ONU.
Da allora, attraverso altri “concorsi d’idee” (non ci sono premi, ma i progetti “vincenti” vengono se possibile realizzati), AFH ha lavorato nei Balcani, in Iran (terremoto di Bam), India e Sri Lanka (tsunami), e nelle regioni americane toccate dall’uragano Katrina (dove il governo USA ha speso miliardi in roulottes, AFH ha sviluppato un concetto per abitazioni prefabbricate, facili da assemblare, a meno di 500 franchi l’una).
Ma è il progetto del campo di calcio che meglio rappresenta la filosofia di AFH. Il concorso, chiamato Siyathemba (la parola zulu per “speranza”) fu lanciato nel 2002. Aveva come oggetto il design di una clinica mobile. Architetti e designers di 51 paesi hanno inviato oltre 500 lavori. Il risultato è stata la costruzione di un campo sportivo combinato con un centro sociale e sanitario a Somkhele, nella regione sudafricana del KwaZulu-Natal. Si tratta di una serie di terrazzamenti a forma di “V” con strutture in mattoni e cemento, che possono essere utilizzati come stadio o anfiteatro, ricoperti da un sistema di teloni che permettono di modulare gli spazi. Costo: poche migliaia di dollari.
Perché un campo sportivo? “Abbiamo imparato dalle discussioni con la popolazione che se volevamo creare un centro sanitario efficace dovevamo farlo diventare una parte integrante della comunità, un luogo al quale tutti potessero far riferimento senza il “peso” formale della clinica”, ha spiegato Sinclair alla stampa.
Nella regione del KwaZulu-Natal, due abitanti su cinque sono malati di AIDS, e le adolescenti sono le più esposte. L’informazione sanitaria che le riguarda “passa” male a causa di ostacoli sociali e culturali. “Due infermiere ci hanno detto di voler creare una squadra di calcio per ragazze, delle quali sarebbero diventate le allenatrici. In questo modo, avrebbero potuto far passare informazioni medico-sanitarie e permettere alle ragazze di avere qualcuno con cui confidarsi o a cui chiedere aiuto”.
Il centro sportivo è insomma una scusa sociale per “garantire assistenza medica e disseminare educazione sanitaria in modo non intrusivo”, quasi subliminale, e quindi più efficace. E la struttura può anche offrire altri servizi, quali acqua potabile, elettricità e telecomunicazioni.
(copyright 2006 Bruno Giussani)
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