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La "chiocciolina" e noi
Trentacinque anni dopo la creazione dell'e-mail, l'origine del simbolo @ rimane avvolta nel mistero
di Bruno Giussani
14 maggio 2006
Nessuno conosce l'esatta data di nascita dell'e-mail, o posta elettronica. Gli storici della tecnologia la situano verso la fine del 1971, quando un giovane ingegnere informatico americano, Ray Tomlinson, allora trentenne, riuscì a spedire un messaggio elettronico da un ordinatore ad un altro.
Fu quindi Tomlinson a scegliere il segno @ per separare il nome dell'utilizzatore dal nome del computer di destinazione negli indirizzi di posta elettronica. Trentacinque anni più tardi, l'@ è diventato un'icona pop contemporanea. Fa parte dell'identità elettronica di quasi un miliardo di utilizzatori di Internet. E' onnipresente sullo sfondo dello spazio comunicativo quotidiano. Dozzine di aziende di ogni tipo hanno cercato di appropriarsene -- assieme ai valori di modernità, connessione, innovazione e velocità che esprime -- inserendolo per esempio nei loro marchi e nomi. Va diventando comune anche l'utilizzazione dell'@ per sostituire parole correnti o ampliarne il senso. Se ne fa largo uso, per esempio, nei messaggi brevi inviati attraverso il telefonino, come in "cu 8.30 pm @ bruno's" (ci vediamo alle otto di sera da Bruno). In Spagna il simbolo è usato fra i giovani come un modo politicamente corretto per evitare di specificare il sesso di una persona: "Hola, amig@s!" L'industria della pubblicità, naturalmente, lo impiega ovunque senza vergogna.
Ma da dove viene il segno @ e cosa rappresenta esattamente? Paradossalmente, le origini del futuristico simbolo vanno ricercate nella storia profonda: nel quindicesimo secolo, con una possibile genesi medievale.
Iniziamo da Tomlinson, e da una breve ma necessaria digressione tecnica che permetta di meglio capire il bisogno di scegliere un simbolo divisorio per la sintassi degli indirizzi e-mail, e perché la scelta cadde proprio sull'@.
Tomlinson lavorava presso Bolt Beranek and Newman (BBN), una società informatica basata vicino a Boston che aveva ricevuto un contratto dal governo americano per partecipare allo sviluppo dell'ArpaNet, il precursore dell'Internet. La rete collegava allora solo una quindicina di università e centri di ricerca come BBN.
Tomlinson conosceva bene i sistemi di messaggeria esistenti, che erano stati sviluppati nella seconda metà degli anni sessanta, e ne aveva programmato uno lui stesso, chiamandolo SNDMSG (per (send message, spedire il messaggio). Questi programmi permettevano agli utilizzatori di uno stesso computer di scambiarsi delle note elettroniche, inviandole in "bucalettere" personali che erano in effetti dei documenti (testi) ai quali era stato attribuito quel ruolo.
Detto più semplicemente, il mittente poteva aggiungere un breve messaggio alla fine del "testo-bucalettere" del destinatario: la prossima volta che questi si identificava per utilizzare lo stesso computer, la macchina gli notificava l'esistenza di un nuovo messaggio, invitandolo a leggerlo.
Questi sistemi, pur abbastanza efficaci, erano limitati ad un singolo ordinatore: a quel tempo, più utilizzatori condividevano l'uso di uno stesso computer, attraverso dei terminali, mentre il personal computer sarebbe stato introdotto soltanto una dozzina di anni più tardi. Tuttavia, attraverso ArpaNet i ricercatori potevano già scambiarsi dei documenti fra computers diversi.
Tomlinson ebbe l'idea di usare un programma utilizzato per l'invio dei documenti, chiamato CPYNET, e di modificarlo in modo che potesse essere adoperato per trasportare messaggi e "appenderli" alla fine di un testo-bucalettere situato in un altro computer, esattamente come SNDMSG lo faceva localmente. Bastò "un piccolo cambiamento del programma", Tomlinson ci spiegò in un'intervista quattro anni fa.
Bisognava tuttavia fare in modo che i messaggi arrivassero non soltanto nel giusto computer, ma anche al giusto destinatario fra i molti che vi erano "ospitati". Tomlinson dovette quindi creare una nuova struttura d'indirizzo che potesse identificare entrambi. Da qui il bisogno di un separatore, la scelta del segno @, e la creazione del nuovo modello d'indirizzo nomedestinatario@nomecomputer.
Richiesto del perché scelse quel simbolo, rispose: "guardai la tastiera del computer per cercare un segno che non apparisse in nessun nome, e non potesse quindi creare confusione". Il simbolo @ fra l'altro aveva anche un significato appropriato, perlomeno in inglese, poiché si pronuncia at (presso). Non così, però, in altre lingue, come vedremo.
Il primo indirizzo e-mail in rete fu tomlinson@bbn-tenexa, dove Tenex era il sistema operativo usato dai computers della Bolt Beranek (i "domîni" come ".com", ".net" o i suffissi nazionali come ".ch" per la Svizzera e ".it" per l'Italia furono introdotti molto più tardi).
Durante quell'intervista Tomlinson disse di non ricordare il contenuto del primo messaggio che inviò -- probabilmente solo "test" -- e "non mi venne mai in mente che potesse trattarsi di qualcosa di più di un modo pratico e semplice per comunicare con gli altri ricercatori", aggiunse.
Ma da dove viene il segno @ e come era arrivato sulla tastiera del computer dove Tomlinson lo pescò?
I linguisti sono divisi. Alcuni pensano che il segno @ abbia origine nel primo medioevo, quando i monaci copisti che riproducevano manoscritti lo avrebbero creato contraendo (a vantaggio della rapidità) la parola latina ad. Si tratta di una parola piuttosto versatile, e quindi molto usata, che può significare "a", "verso", o "presso". Questa teoria fu enunciata per la prima volta settant'anni fa dallo studioso americano Berthold Ullman in un libro sulla storia della scrittura, ma senza produrre prove che potessero sostanziarla.
La maggioranza dei linguisti ritiene che il segno @ sia di concezione più recente, e che sia apparso durante il diciottesimo secolo in ambito commerciale come simbolo indicante il prezzo per unità di un prodotto, come in "5 mele @ 10 centesimi". Il ricercatore francese Denis Muzerelle pensa che sia il risultato di un aggiustamento nella calligrafia della lettera à, usata dai mercanti francesi e tedeschi per lo stesso scopo, e scritta rapidamente @.
Un altro specialista, Giorgio Stabile dell'Università La Sapienza di Roma, ha prodotto alcuni documenti veneziani del 1500 dove il segno @ appare come un'icona rappresentante un'altra unità di peso e capacità, l'anfora. Si tratta di documenti commerciali e lettere mercantili. Stabile ha anche trovato un dizionario latino-spagnolo del 1492 dove anfora è tradotto in arroba, un'unità di misura di peso che indica circa 12,5 chilogrammi. La parola viene presumibilmente dall'arabo ar-roub, che, ancora, è usato come unità di misura, significando "un quarto".
Ciò tenderebbe a dimostrare che il segno @ esisteva, almeno a partire dal quindicesimo secolo, in tutto lo spazio mediterraneo. Tanto nel mondo ispanico-arabo quanto in quello greco-romano, era utilizzato come simbolo commerciale per indicare delle quantità -- anche se l'equivalente unità di misura sembra essere diversa a seconda delle regioni. E' quindi per un percorso naturale che questa "a commerciale" è stata poi inclusa nelle tastiere delle prime macchine per scrivere (la Underwood del 1885) da dove, ottant'anni più tardi, migrò verso i caratteri informatici standard (chiamati ASCII) e verso le tastiere dei computers.
Il principale dilemma legato al segno @, oggigiorno, è di decidere come chiamarlo. E' probabilmente l'unico carattere di largo uso che non ha un vero e proprio nome. Chiunque abbia provato a dettare il proprio indirizzo e-mail in una lingua diversa dall'inglese conosce il problema.
Gli spagnoli ed i portoghesi usano ancora arroba, che i francesi hanno preso in prestito e trasformato in arobase. Americani e inglesi usano naturalmente at-sign (il segno at), che è stato importato e assorbito in molte altre lingue in forme derivate come il tedesco at-Zeichen, l'estone ät-märk, o il giapponese atto maak, oppure nella forma semplice at (come in "brunogiussani-at-gmail-punto-com").
In molte lingue, tuttavia, il segno è descritto usando svariate metafore tratte dalla vita quotidiana. I più comuni sono i riferimenti agli animali. Tedeschi, olandesi, finlandesi, ungheresi, polacchi e sudafricani immaginano l'@ come una coda di scimmia. In francese (petit escargot), italiano (chiocciola), ma anche in ebraico, coreano e esperanto (heliko) si è scelta la lumaca (paradossalmente, in quanto snail-mail, posta-lumaca, è espressione spesso usata per identificare la lentezza del servizio postale, in contrapposizione quindi alla velocità dell'e-mail). I danesi ed i norvegesi lo chiamano snabel-a, la a con la proboscide. Gli ungheresi vi vedono un bruco. I norvegesi e i danesi una coda di maiale. I cinesi un topolino. I russi un cane.
Il cibo offre un'altra varietà di metafore. Gli svedesi vedono nell'@ l'arrotolato alla cannella (kanelbulle), i cechi si sono lasciati ispirare dalle aringhe arrotolate servite nei pubs di Praga (zavinac), mentre gli spagnoli lo chiamano talvolta ensaimada, che è un panino dolce a forma di spirale tipico di Maiorca. E in ebraico naturalmente si parla di strudel.
Il mio preferito, comunque, è il finlandese miakumauku, quasi certamente ispirato dalla visione di un gatto che dorme raggomitolato. Significa infatti "il segno del miao".
(copyright 2006 Bruno Giussani)
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