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Il professore con il chip sotto la pelle
Kevin Warwick è conosciuto come "il cyborg": esplora l'interfaccia fra umani e computer. Sotto la sua pelle.
di Bruno Giussani
28 gennaio 2007
Nel giro dei futurologi e dei visionari, Kevin Warwick è conosciuto come "il cyborg". E' anche il titolo di un libro da lui scritto nel 2002. Warwick è un professore di cibernetica all'università di Reading, in Inghilterra e deve la sua fama al suo lavoro sull'interfaccia diretta fra il sistema nervoso umano e i computers. Negli anni, si è fatto impiantare un microchip (di tipo RFID) sotto la pelle del braccio (1998), che usava per comunicare con il suo computer, il quale controllava poi porte, luci, riscaldamento e altre funzioni del suo ufficio; poi (2002) una serie di elettrodi direttamente nel nervo mediano, che gli permisero di dirigere un braccio robotico. Molti lo hanno criticato, accusandolo di cercare pubblicità; altri hanno suggerito che avrebbe potuto fare lo stesso senza bucarsi la pelle, con tecnologie tipo le "smart cards", "il che è vero, ma io ero interessato a esplorare il futuro, non il presente", dice Warwick. Più tardi, convinse la moglie a lasciarsi impiantare a sua volta un elettrodo, per studiare se vi fosse un potenziale di telepatia virtuale (risposta: in parte sì). Più recentemente, durante un esperimento alla Columbia University di New York, ha collegato il suo sistema nervoso all'Internet - "aveva il suo proprio indirizzo IP" - e controllò così il braccio robotico che si trovava a Reading.
Ho incontrato Warwick alla recente European Futurists Conference, un incontro annuale dedicato allo studio del futuro che si svolge a Lucerna (european-futurists.org), dove ha parlato appunto di cyborgs: parte umani, parte macchine, "come quello del documentario 'Terminator', immagino l'abbiate visto", dice scherzando su Schwarzenegger.
"Se ci paragoniamo alle capacità mnemoniche, di calcolo o ai sensi di un computer, e ancor più di una rete di computers, noi umani siamo in serie B", dice: "per esempio, non sappiamo riconoscere gli ultrasuoni, gli infrarossi, e molti altri segnali, e possiamo vedere il mondo in sole tre dimensioni". I computers sono elettronici, mentre il cervello umano è elettrochimico - quindi parzialmente elettronico. "Per cui dovremmo poterli collegare. Se lo facciamo, magari possiamo vedere il mondo in trenta dimensioni", si chiede Warwick. Eppoi c'è la comunicazione: le macchine possono comunicare in parallelo, condurre milioni di conversazioni simultaneamente, con precisione, senza perdita d'informazione, mentre gli umani devono "tradurre" il messaggio dal cervello alla voce all'orecchio al cervello. "E se fosse possibile comunicare direttamente da cervello a cervello?"
Esperimenti in questo senso - microchips impiantati nel cervello - sono stati condotti su animali, con successo. Secondo Warwick, "impianti simili potrebbero dare agli umani più capacità", anche se ammette che ciò porrebbe enormi questioni etiche. "Tuttavia, queste questioni sarebbero attenuate per le applicazioni terapeutiche". L'uso di questa tecnologia potrebbe contenere gli effetti di alcune malattie, come la sindrome di Parkinson, aumentando le capacità dei pazienti. Warwick mostra il video di un uomo amputato che controlla un braccio prostetico con un telecomando che tiene nell'altra mano: "non sarebbe meglio se il segnale che controlla la protesi venisse direttamente dal cervello?", chiede retoricamente. Ma le implicazioni della sua domanda sono molto più vaste: se il segnale è messo "in rete" per passare dal cervello alla protesi, allora può prolungarsi ovunque, nell'intero Internet: "ciò di cui stiamo parlando, qui, è la ridefinizione del concetto stesso di corpo: dove inizia, dove finisce, chi siamo realmente?".
(copyright 2006 Bruno Giussani)
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