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Bruno Giussani - Articles on Technology and Economy
(Articles on Politics and Society: follow this link)

Imparare grazie al computer nel muro

Sugata Mitra racconta la straordinaria storia del progetto indiano "Hole in the Wall"

di Bruno Giussani
25 febbraio 2007

Secondo Sugata Mitra, la distanza influenza la qualità dell'educazione, particolarmente nei paesi in via di sviluppo. La "distanza" intesa geograficamente (i villaggi rurali) ma pure socialmente ed economicamente (le bidonvilles delle grandi città). Partiamo dai villaggi: l'impressione generale è che le zone remote abbiano pochi docenti e un'infrastruttura scarsa, e che ciò determini la qualità dell'educazione. Vero? Per verificarlo, Mitra e i suoi colleghi sono partiti da Nuova Delhi percorrendo circa 300 chilometri, "e ovunque ci fosse una scuola, abbiamo sottoposto gli allievi ad un test", racconta. Il risultato generale: più la scuola era distante dalla città, peggiori erano i risultati del test. "Però non abbiamo trovato nessuna correlazione fra questa e altre variabili, come il numero di allievi per classe, il livello di povertà, la qualità degli strumenti a disposizione". La sola correlazione è venuta fuori confrontando la distanza con le risposte a una domanda posta ai docenti: vi piacerebbe traslocare in città? Quelli appena fuori Delhi hanno risposto sì; un po' più lontano, no; ma dai 200 km di distanza in poi, invariabilmente la risposta è stata sì. Mitra ne deduce che "la motivazione - e la tentazione migratoria - dei docenti è la variabile che più influenza i risultati scolastici".

Mitra è indiano ma insegna tecnologia dell'educazione all'Università di Newcastle, in Inghilterra. Dice: "prima che nelle aree urbane bisognerebbe introdurre la tecnologia nelle scuole meno attrezzate, distanti, rurali, perchè è lì che può produrre il più grande impatto". Anche dove non ci sono docenti. Perchè quel che Mitra propone è un approccio alternativo: l'auto-educazione.

Nel 1999 Mitra lavorava in un ufficio ai bordi di una bidonville. "Abbiamo fatto un buco nel muro e ci abbiamo messo un computer, collegato all'Internet, con un software di navigazione ("browser"), e l'abbiamo lasciato lì, acceso, con una telecamera nascosta. E abbiamo visto bambini imparare velocemente ad usarlo, insegnandosi l'un l'altro come fare". Mitra replicò l'esperimento in altre bidonvilles di altre città, dove altri bambini hanno scoperto i "computers nel muro" (il progetto è chiamato "The hole in the wall", il buco nel muro) ed hanno iniziato ad usarli. In una città, racconta Mitra, il primo ragazzo ha capito come muovere il cursore e cliccare in circa 8 minuti; entro sera aveva trasmesso la sua scoperta ad altri settanta bambini, senza interventi di docenti o manuali, semplicemente per auto-educazione".

La tappa successiva fu un villaggio dove i bambini non avevano imparato l'inglese. "Lasciammo il computer, con una serie di contenuti pre-installati perchè non c'era accesso all'Internet: quando siamo tornati alcune settimane dopo, abbiamo trovato i bambini che lo usavano e la prima cosa che ci hanno detto è stata: abbiamo bisogno di un processore più rapido". Vedendo la sorpresa di Mitra di fronte al loro uso dell'inglese, hanno risposto: "hai lasciato questa macchina che parla solo inglese, così per parlare con lei abbiamo dovuto impararlo".

Il progetto "Hole in the wall" è estremo, ma moltiplicando le esperienze in villaggi e città attraverso l'India, Mitra e i suoi collaboratori hanno dimostrato che i bambini dai 6 ai 13 anni possono auto-educarsi, insegnandosi e trasmettendosi concetti informatici di base (navigare, dipingere, chattare, spedire e ricevere e-mail, vedere video, usare materiale educativo) agendo in gruppo: "uno usa il computer, gli altri tre o quattro lo "consigliano" sul da farsi, e tutti imparano".

(copyright 2007 Bruno Giussani)
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