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Il privato penetra il luogo di lavoro
Un'antropologa delle telecomunicazioni rovescia alcuni luoghi comuni
di Bruno Giussani
8 aprile 2007
Pochi sanno che l'operatore di telecomunicazioni Swisscom ha al suo interno una cellula composta da antropologi, sociologi e altri ricercatori in scienze sociali. La dirige una ticinese, Stefana Broadbent, e si occupa di studiare il comportamento degli utilizzatori delle tecnologie della comunicazione: come usano i telefonini o l'Internet, se telefonano o scrivono (e a chi), come evolve il "mix" di tecnologie di uso quotidiano, eccetera.
Recentemente Broadbent (della quale si è già parlato in questa rubrica il 12 febbraio 2006) ha presentato alcuni dei risultati delle sue ricerche alla conferenza LIFT di Ginevra. In particolare, ha discusso tre punti:
Primo: negli ultimi anni è diventato comune lamentarsi della crescente invasione nella vita privata da parte delle esigenze professionali, resa possibile in particolare da e-mail e Internet. Molti hanno l'impressione di non poter mai "staccare", di dover essere sempre a disposizione, di dover leggere la posta elettronica professionale nel weekend o in vacanza, eccetera. Ma Broadbent ha notato anche la crescita del fenomeno inverso: "la sfera privata sta penetrando il luogo di lavoro", dice. Sempre più, durante le ore lavorative, si usa l'e-mail, la messaggeria istantanea o l'SMS per mantenere i contatti con amici e famiglia. "Ormai ci si aspetta, e non solo fra i più giovani, di poterlo fare senza se né ma, di poter partecipare liberamente alla propria vita sociale attraverso queste tecnologie, di tener viva la propria "comunità" anche durante le ore di lavoro" (interessante paradosso: Broadbent ha osservato il fenomeno nella patria dell'etica protestante del lavoro).
Secondo: con l'arrivo di sistemi di telefonia gratuita via Internet tipo Skype, gli osservatori si attendevano ad un aumento massiccio della comunicazone verbale, a che "la gratuità incoraggiasse la gente a parlare per ore". Invece, Broadbent ha osservato "una generale stabilità dei canali vocali e un aumento di quelli scritti" (e-mail, messaggerie, SMS, blogs). Una possibile spiegazione: "la comunicazione verbale richiede più impegno, non è possible fare molto altro mentre si parla al telefono, di sicuro nulla che richieda vera concentrazione". Scrivere invece, anche nella forma più rapida delle messaggerie istantanee, permette di fare più cose nel contempo, persino di tenere aperte più conversazioni in parallelo.
Terzo: l'uso delle tecnologie della comunicazione permette di allargare significativamente la propria cerchia sociale. "Nella ricerca che facciamo, chiediamo alla gente di tenere un diario indicando con chi comunicano e come. Le persone che non sono molto attive sull'Internet hanno mediamente circa una ventina di contatti, quelle che usano la rete in modo significativo ne hanno almeno tre volte di più". La differenza sta nel fatto che il "costo" per mantenere un contatto diminuisce significativamente usando i canali dell'Internet. Si può naturalmente discutere della "qualità" di questi contatti virtuali (ma spesso anche durante le interazioni personali si parla solo del tempo che fa) ma questo punto solleva la questione di coloro che verificano l'SMS o l'e-mail mentre si trovano in compagnia d'altri. L'interpretazione classica è: costoro sono SMS-dipendenti. Broadbent ha un'altra lettura: ci sono persone che riescono facilmente a gestire una rete di contatti vasta e che è contemporaneamente "reale" e "virtuale", trovandosi in una situazione di prossimità fisica con alcune persone e nel contempo tenendo d'occhio la "periferia virtuale" della loro rete sociale, senza scalfire la qualità dell'interazione.
(copyright 2007 Bruno Giussani)
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