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Perchè Lula piace
Il nuovo presidente brasiliano ha il cuore e la parola a sinistra ma non ha timore di andare a prendere le soluzioni dove ci sono, anche a destra. L'esempio delle favelas.
di Bruno Giussani
12 febbraio 2003
Lula piace. Da quando Luiz Ignacio da Silva, detto Lula, socialista, è stato eletto presidente del Brasile nell'ottobre scorso i giornali e le televisioni ne hanno parlato molto. Hanno raccontato la sua prima decisione: il rinvio dell'acquisto di dodici aerei militari e il dirottamento di quei 760 milioni di dollari verso gli affari sociali. La sua prima mossa simbolica: il pellegrinaggio con tutti i ministri nelle regioni del Nord-est "per vedere la povertà da vicino". Le sue iniziative di politica estera, che posizionano il Brasile come leader naturale dell'America Latina. E il suo controverso viaggio da Puerto Alegre (Forum sociale) a Davos (Forum economico), dove ha praticamente tenuto lo stesso discorso.
A Puerto Alegre è stato fischiato quando ha annunciato che la sera stessa sarebbe volato a Davos per parlare al WEF: segno del molto entusiasmo ma dell'ancora scarsa maturità politica del movimento "no global". Di maturità politica, invece, il 57enne sindacalista metalmeccanico diventato leader della nona potenza economica mondiale ne sta dimostrando molta. Pragmatico, ha scelto la sua squadra di governo sulla base delle competenze e non delle ideologie. Realista, ha detto fin dal primo giorno che "ci vuole calma e tempo, non ci sono soluzioni magiche" ai problemi del Brasile. Lucido, ha dichiarato che la sua priorità è lo sradicamento della povertà e della fame, ma che per fare ciò bisogna favorire la produttività economica "perchè solo la produzione genera ricchezza e distribuisce reddito".
Insomma, lo "stile Lula" consiste nel dire ai brasiliani "che è ora di smettere di prenderci in giro da soli", mi dice un amico di Rio per e-mail, e nell'affrontare i problemi senza paraocchi ideologici. Una delle decisioni più significative e potenzialmente più rivoluzionarie prese finora dal nuovo presidente, stranamente passata quasi inosservata, si basa su un'idea lanciata dall'economista peruviano Hernando de Soto: distribuire a tutti coloro che vivono nelle favelas (le baraccopoli attorno alle città brasiliane) il diritto di proprietà sulle case e baracche che abitano e sul terreno sul quale sorgono.
Secondo de Soto, che ha formulato quest'idea nel libro "Il Mistero del Capitale", il principale ostacolo allo sviluppo dei paesi poveri è la struttura del diritto di proprietà. Nei paesi in via di sviluppo, dice, vi è moltissimo "capitale sommerso": terreni, baracche, case, commerci, che non hanno esistenza legale, e che non possono quindi essere utilizzati per creare ricchezza. De Soto ha anche tentato di valutarne il valore totale: 9.3 trilioni di dollari su scala mondiale, o 10'000 dollari per famiglia di quattro persone. Legalizzarne la proprietà avrebbe come effetto diretto di far partire il meccanismo classico dell'accumulazione capitalista: chi possiede un pezzo di terra può usarlo per ottenere un prestito; chi ha una casa ha un indirizzo e può quindi avere un impiego regolare; eccetera.
Sembra logico? Puro buon senso? Lo è, ma finora nessuno ci aveva veramente pensato. Applicare l'idea -- che Lula chiama "regolarizzazione fondiaria" -- su scala brasiliana è una scommessa vastissima, difficile e costosa. Ci sono oltre tremila favelas in Brasile, quasi tutte costruite su terreni dello stato. Solo attorno a Rio de Janeiro e San Paolo vi vivono quattro milioni di persone. Vi sono problemi giuridici da risolvere (chi ha diritto a cosa, chi decide), procedure da semplificare (possibilmente senza passare attraverso le lunghe e costose scritture notarili), terreni da verificare (case costruite su terreni instabili o a rischio non possono essere legalizzate), infrastrutture da creare (acquedotti e fognature, elettricità, strade), consulenza giuridica da garantire a tutti in modo gratuito (per attenuare i rischi di speculazione edilizia). In principio, secondo gli elementi iniziali del progetto che sono stati resi noti negli scorsi giorni, il diritto di proprietà sarà dato a chi abita sul posto da cinque anni (per evitare nuovi insediamenti selvaggi). L'appezzamento massimo sarà di 250 metri quadrati. E le associazioni degli abitanti svolgeranno un ruolo fondamentale nella procedura di distribuzione.
E' una scommessa enorme. Finora l'unico progetto che i presidenti brasiliani avevano presentato per risolvere il problema delle favelas consisteva nel trasferirle in luoghi più discosti (e meno "visibili") sradicando intere popolazioni e allontanandole da lavoro e amici. Lula invece ha deciso di andare nella direzione opposta, di radicare definitivamente gli abitanti delle favelas e dar loro i mezzi per diventare proprietari e cittadini a pieno titolo. Lo ha fatto sulla scorta delle idee di un pensatore, de Soto, finora apprezzato più a destra che a sinistra. Ha il cuore e la parola a sinistra, Lula, ma non ha timore di andare a prendere le soluzioni dove ci sono, senza guardarne il colore. Piace anche per questo.
(copyright Bruno Giussani)
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