Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
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555 giorni dopo, ritorno a Ground Zero
Mentre i soldati americani bombardano le città irachene, a New York si discute della ricostruzione
di Bruno Giussani
24 marzo 2003
New York. Mentre in Medio Oriente rullano i tamburi di guerra arrivi a Ground Zero, dove 555 giorni fa stavano le due torri gemelle del World Trade Center e dove tutto è cominciato, e trovi un enorme buco e un viavai di turisti e i tuoi pensieri sgomitano per farsi largo. Gente sconvolta che salta nel vuoto. Le torri che crollano. 2792 morti. Pazzi che si credono martiri e martiri che non hanno chiesto di esserlo. Bush. Osama. Saddam. "Siamo tutti Americani" diciotto mesi fa. Siamo tutti pacifisti oggi. Bandiere arcobaleno. "Guerra giusta". Guerra assurda. E quelle immagini ancora surreali di aerei che si infilano nelle torri. E la fotografia dei "figli dell'undici settembre", dei bambini concepiti prima e nati dopo quel giorno in cui persero il padre e il mondo perse l'ultimo brandello d'innocenza. Bambini concepiti in un'era e nati in un'altra.
Qui ora c'è solo un grande buco profondo sette piani, un'impressionante rovina piranesiana dei tempi moderni, ma in città le torri gemelle sono ancora su tutte le cartoline vendute agli angoli delle strade. Non se ne trova una con il nuovo profilo amputato di New York. Come per una forma di pudore (o forse è una dimostrazione di forza) le cartoline mostrano ancora, tutte, la skyline di New York dominata dalle due totemiche torri alla punta sud di Manhattan. La sola eccezione sono le cartoline commemorative dell'undici settembre, dove il World Trade Center è sostituito da due fasci luminosi proiettati verso il cielo -- le "torri di luce" accese per alcune settimane lo scorso anno.
In questi 555 giorni l'hanno ripulito, Ground Zero. E' rimasta soltanto una croce metallica formata dagli spezzoni di due travi. L'hanno recuperata nelle macerie ed eretta sul bordo del grande buco, modesto simbolo concreto in un luogo che di simbologie è stracarico. Inizialmente, e per parecchie settimane, Ground Zero è stato sinonimo d'emozioni: tristezza, rabbia, paura, dolore, forza. Poi si è semanticamente allargato per includere la consapevolezza della morte, la razionalizzazione dell'attentato, il tentativo di comprendere il significato storico di quel momento, la difesa della democrazia, le tensioni politiche internazionali, e i preparativi per una guerra così fortemente voluta da alcuni e così fortemente osteggiata da molti.
(Ground Zero, New York, febbraio 2003. foto: B.G.)
Ora, mentre i soldati americani bombardano le città irachene, qui si discute della ricostruzione. Qualcuno ha timidamente suggerito che si potrebbe lasciare tutto com'è, dando spazio alla memoria piuttosto che al cemento, ma non è mai stato preso sul serio. Bisogna riempire il vuoto: lo chiede la storia, lo chiede la politica, lo chiedono la simbologia della rinascita e la retorica della risposta al terrorismo, lo chiedono i re del mattone che hanno perso nell'attentato un milione e mezzo di metri quadrati d'uffici. Ma qui si apre un interessante dilemma: su Ground Zero si edificherà per ricostruire, oppure per ricordare?
Domanda difficile. Da un lato, qualunque cosa Ground Zero sarà in futuro, esso rimarrà comunque, per sempre, anche il luogo di una catastrofe epocale; rimarrà un cimitero, e quindi non è possibile fare "come se", ripulire e ricostruire come se nulla fosse accaduto. D'altra parte, una risposta troppo vicina a quelle emozioni e a quella memoria, troppo centrata sull'evocazione del disastro, produrrebbe risultati architettonicamente contrari al bisogno di rigenerazione, di "nuovo inizio" impliciti nell'atto stesso della ricostruzione.
A fine febbraio, dopo un concorso d'architettura mondiale aperto "a tutti coloro che si sentono all'altezza" (e che ha attirato 406 partecipanti) è stato scelto il piano di massima presentato dall'architetto europeo Daniel Libeskind. Il quale dice: è possibile ricostruire e allo stesso tempo ricordare. La sua proposta si basa sul fatto che quando le torri gemelle sono crollate, il grande argine sul lato ovest ha resistito e ha contenuto le acque del fiume Hudson. Quello, suggerisce Libeskind, sarà il memoriale. Il grande buco, aggiunge, deve rimanere aperto e vuoto, la ferita visibile. Una sorta di pozzo della memoria con una passerella che permetterà di contemplarlo dall'alto - e di vedervi le due "impronte" delle torri gemelle. Vi sarebbe edificato soltanto un museo.
Nuovi uffici e spazi culturali e la stazione ferro-bus-metro-viaria sarebbero costruiti invece sul lato est di Ground Zero. Mentre la struttura più visibile, quella che dovrebbe restaurare e ridefinire il profilo -- la skyline -- di New York, sarebbe una gigantesca torre appuntita, alta 541 metri (125 più delle torri gemelle), situata sull'angolo nordoccidentale. Una struttura a serra, riempita con giardini pensili verticali, "perchè i giardini sono un costante riaffermarsi della vita", dice Libeskind. L'architetto non teme di manipolare anche pesantemente i simboli e le metafore: sulle rovine, sul grande buco, s'innalzerà la vita. E tradotti in cifre che gli americani possono capire, quei 541 metri della torre fanno 1776 piedi. 1776: l'anno della Dichiarazione d'indipendenza e della nascita degli Stati Uniti.
Fors'anche per questo il piano di Libeskind è stato preferito ad altri più audaci. Rimane comunque per ora più un concetto che un progetto. Il risultato finale sarà certamente molto diverso, e dipenderà da molte variabili, e consumerà molto tempo. Perchè la ricostruzione di Ground Zero sta creando in qualche modo un momento culturale unico, dove considerazioni morali, estetiche e politiche si incontrano e scontrano con i molti vincoli urbanistici e architettonici ma anche economici (la città ha veramente bisogno di tutto quello spazio da destinare a uffici, e proprio in quel quartiere?). Ma soprattutto perchè bisognerà mettere d'accordo moltissimi "committenti" reali e simbolici che rappresentano interessi spesso divergenti. I proprietari del terreno, quelli delle torri gemelle (che incasseranno i soldi dell'assicurazione), la Città, gli stati di New York e del New Jersey, e una serie di enti locali responsabili per la pianificazione e lo sviluppo economico, ma anche i sopravvissuti, le famiglie delle vittime, e i cittadini di New York: tutti hanno avuto e avranno il diritto -- e la pretesa -- di dire la loro.
(copyright Bruno Giussani)
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