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Irak: perchè oggi non si può non stare con gli USA

Non è immaginabile nessun altra conclusione del conflitto che una vittoria della coalizione e l'eliminazione del regime di Saddam Hussein.

di Bruno Giussani
30 marzo 2003

La guerra in corso in Irak è una tragedia di immani dimensioni e di grandi sofferenze sulla quale non sono riuscito finora ad avere certezze, tranne una, recente, maturata in modo tormentato: fosse pure turandosi il naso, oggi (scrivo il venerdì 28 marzo, ottavo giorno del conflitto) non si può che essere dalla parte della coalizione anglo-americana. Per una sola e limpida ragione: non è immaginabile nessun altra conclusione del conflitto che una vittoria della coalizione e l'eliminazione del regime di Saddam Hussein.

No, non sono bushista e neppure guerrafondaio. Fossi stato americano nel novembre 2000 avrei dato il mio voto ad Al Gore. Considero una minaccia per i futuri assetti del mondo lo stormo di falchi che guida attualmente il Pentagono. Come tutti, sono per la pace. Come tutti, aspiro a un mondo di pacifica convivenza. Un mondo giusto e libero. Ma mi sembra molto difficile, forse impossibile, avere delle certezze su questa guerra. Perchè, malgrado la valanga di presunta "informazione" che ci viene dai media, dobbiamo ammettere che non sappiamo nulla. Saddam Hussein possiede armi di distruzione di massa? Intende usarle? O le ha invece distrutte? Stava sviluppando un programma nucleare? Ha sostenuto il terrorismo? E gli Stati Uniti, vogliono "liberare" il popolo iracheno o controllare i pozzi di petrolio? Quali sono i veri interessi della Francia "pacifista"? Nessuno può dire di avere una risposta certa a una qualsiasi di queste domande.

Proprio perchè non ho certezze su questa guerra non ho sfilato nelle strade e non ho appeso la bandiera multicolore alla finestra. Pur con tutto il rispetto per chi in piazza ci è andato e ci va ad esprimere una reale domanda di pace, mi pare di leggere nel "movimento arcobaleno" un certo grado di ingenuità, parecchia ipocrisia, e soprattutto molta manipolazione.

Ripeto: scrivo a guerra già iniziata. E' importante ripeterlo perchè quella prima bomba americana sull'Irak alle 3.35 del 20 marzo, quel primo passo di un soldato oltre la frontiera con il Kuwait, hanno cambiato tutto, compreso il significato delle parole. Far sentire la propria voce contro la guerra prima che inizi è una cosa, manifestare mentre la guerra è in corso chiedendo che si fermi ha una valenza e delle conseguenze radicalmente diverse. Davvero qualcuno fra coloro che sfilano sotto le bandiere arcobaleno pensa che possa esserci una conclusione diversa da una vittoria della coalizione? Che gli americani possano fermarsi e ritirarsi lasciando Saddam a Bagdad? Non solo è una pia illusione: sarebbe una catastrofe di magnitudo ancora peggiore. Peggiore per gli scenari geopolitici mondiali (che sono in piena ridefinizione). Per i fragilissimi equilibri mediorientali. Per la lotta al terrorismo. Per lo scontro fra "occidente" e "islam" (lo so, ci sarebbe un intero libro di distinguo da scrivere qui, ma permettetemi la forzatura per esigenze di brevità). Per la stessa popolazione irachena naturalmente, che subisce una situazione di guerra da 23 anni, da quando Saddam Hussein mandò i suoi soldati in Iran nel settembre 1980. Immaginiamocela, la popolazione irachena, sotto un Saddam rinsaldato e reso ancora più spavando da una eventuale "vittoria" sugli anglo-americani. (E speriamo - nota al margine - che quella vittoria non avvenga attraverso l'uso di armi chimiche, chè la catastrofe raggiungerebbe dimensioni epocali).

Certo, si va in piazza per esorcizzare un crescente senso d'impotenza, per difendere un principio, per continuare a far sentire la propria voce, per dire che la guerra è una cosa sbagliata, sempre e comunque. Ed è giusto dirlo. Siamo tutti d'accordo su questo punto. Nessuno "vuole" la guerra. Ma la guerra è purtroppo in corso, e chiedere ora che si fermi è ingenuità (dei più), propaganda (di tanti) o malafede (di alcuni). Perchè appena iniziata la guerra, tutto lo scenario è cambiato. La posta in gioco (politica, militare, morale, umana, e anche economica) è cambiata. La realtà sul terreno è cambiata. La semantica e la sofferenza della guerra sono cambiate.

Persino Jacques Chirac - il presidente francese che fino alle 3.34 del 20 marzo era stato il più veemente oppositore all'azione militare, fino a diventare un improbabile simbolo "pacifista" anche a sinistra - persino Chirac ha cambiato discorso, adattandolo alla nuova situazione, affermando forte e chiaro che se Saddam Hussein dovesse utilizzare armi chimiche o batteriologiche anche la Francia entrerebbe immediatamente in guerra, e impegnando il suo paese nella preparazione del dopo-conflitto e della ricostruzione.

Durante le ultime settimane, mentre navigavo come molti fra i dubbi, ho annotato alcuni pensieri, fra cui questi:

1. Il contrario della guerra non è la pace. E' la politica. L'aspirazione alla pace non basta da sola a creare le condizioni della pace. Serve la politica delle parole e quella delle istituzioni. E la politica in Irak ha fallito. Hanno fallito l'embargo, le ispezioni dell'ONU, due dozzine di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, il contenimento, i tentativi di mediazione, l'offerta di esilio volontario del dittatore. Saddam Hussein è il risultato del nostro fallimento collettivo.

2. Anche se si preferisce pensarla in termini di valori e principi, purtroppo la politica è spesso Realpolitik e, particolarmente nelle relazioni fra Stati, si riduce a una scelta fra un male e un male peggiore. Persino Churchill si alleò al sanguinario Stalin per combattere Hitler. In passato gli americani (che non sono degli innocenti angioletti, tutt'altro) hanno considerato il laico Saddam Hussein un male minore e l'hanno sostenuto contro l'Iran integralista dell'ayatollah Khomeyni. Oggi il male peggiore è Saddam, dittatore sanguinario che ha iniziato due guerre, fatto uccidere centinaia di migliaia di iracheni, ferocemente represso ed eliminato ogni forma di opposizione in Irak, sottratto miliardi, e fatto ogni sforzo per procurarsi armi chimiche e nucleari.

3. L'equidistanza non è un'opzione. In questa guerra non si può essere equidistanti, "né con Saddam né con Bush". Anche se si pensa che questa guerra è sbagliata e illegittima, il presidente americano (qualunque presidente americano), che può perdere il posto alle prossime elezioni, e il dittatore Saddam Hussein non possono essere messi sullo stesso piano.

Lasciamo per un attimo da parte la retorica, le controversie strumentali, le letture ideologiche, gli interessi nazionali o locali degli uni o degli altri, e guardiamo alla situazione con freddo realismo. Che piaccia o no, oggi - 28 marzo, a guerra in corso, già quasi 1000 morti da entrambe le parti - la vittoria della coalizione anglo-americana è necessaria e irrinunciabile. Sperare (anche se per nobili ragioni morali) che ciò non si verifichi e che la guerra si fermi significa, oggettivamente, schierarsi dalla parte di Saddam Hussein e assumersi la co-responsabilità di un potenziale cataclisma geopolitico. Ciò non era vero prima dell'inizio del conflitto; oggi lo è.

Anche se pieni di dubbi (è il mio caso) quindi, l'unica speranza possibile è che la guerra duri poco, causi il più basso numero possibile di vittime civili e militari, e finisca con una chiara vittoria della coalizione, la liquidazione del regime di Saddam Hussein, e l'arrivo degli aiuti umanitari. Poi, a guerra finita, si tratterà di ricostruire l'Irak e ridare agli iracheni una speranza dopo 23 anni di dittatura. Tutto il resto sono solo parole.

(copyright Bruno Giussani)
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