> giussani.com
  
Homepage
Articles
Biography
About this site
Contact


 > Books/Libri
  
Roam
Senza Fili
Storia di @
  

copyright
1994-2003
bruno giussani
all rights reserved

www.giussani.com/articles


Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
(Articles on Technology and Economy: follow this link)

La Grande Scomparsa

Saddam Hussein è scomparso. La guerra non sarà finita fintanto che non sarà ritrovato. Possibilmente -- sperano gli americani -- morto.

di Bruno Giussani
27 aprile 2003

Fanno diciotto giorni che i soldati anglo-americani sono entrati a Bagdad ed hanno demolito, aiutati da molti iracheni (o piuttosto: aiutando gli iracheni, che avevano cominciato l'opera) la grande statua di Saddam Hussein che si trovava sulla Piazza del Paradiso. Sono trascorsi quattordici giorni da quando hanno conquistato Tikrit, la città natale del dittatore e - si pensava - il luogo dove era andato a rifugiarsi.

Ma di Saddam non hanno trovato traccia, né a Bagdad né altrove. Dal 9 aprile il dittatore non ha più dato segni di vita - e anche il video che lo mostrava quel giorno per le vie di Bagdad lascia spazio a molti dubbi sulla vera identità della persona filmata (sosia?) e sulla data di registrazione. Il mistero si infittisce di ora in ora: dov'è finito? Dove sono i figli Uday e Qusay e il segretario personale (e numero due del regime) Al-Tikriti e gli altri ministri e capi militari? Dov'è la Guardia Repubblicana?

La Grande Scomparsa ha aperto la porta a un'ondata di speculazioni: Saddam sarebbe rifugiato in Siria, nello Yemen, in Russia o in un'altra repubblica ex-sovietica; sarebbe ancora nascosto in Irak travestito da cittadino comune; si sarebbe fatto una plastica facciale che lo renderebbe ormai irriconoscibile; sarebbe ferito; si troverebbe in un bunker inespugnabile; si sarebbe accordato con gli americani (il che spiegherebbe la debole resistenza dell'esercito iracheno) forse con l'intercessione dei russi. E naturalmente molti lo considerano morto: sotto il primo bombardamento americano, la notte del 19 marzo, o nella distruzione di un ristorante in un quartiere residenziale di Bagdad, il 7 aprile - ma il suo corpo non è stato trovato.

La tesi di un mercanteggiamento nel quale Saddam avrebbe avuto salva la vita in cambio della rinuncia al potere e alla resistenza non è totalmente da escludere (gli americani ci hanno abituato a simili contorsionismi) ma appare alquanto improbabile. George Bush ha appena annunciato che il prossimo 11 settembre lancerà la sua campagna elettorale dal luogo dove si ergevano le Torri Gemelle a New York; camminerà quindi su una ferita ancora aperta, giocandosi la rielezione sulla sua posizione di totale fermezza nella lotta al terrorismo e all'"asse del male". Rivelazioni su un accordo sottobanco con Saddam Hussein, anche se fondato sul pragmatismo ("per evitare perdite fra i nostri ragazzi"), sarebbero politicamente devastanti.

L'arresto nei giorni scorsi di alcuni alti dirigenti iracheni a Bagdad e nei dintorni fa sospettare che la leadership del regime potrebbe trovarsi ancora nel paese, o addirittura nella capitale. Donald Rumsfeld tuttavia taglia corto: "non sappiamo dov'è Saddam, né se sia ancora vivo". Il generale Tommy Franks aggiunge: "che sia vivo o morto ha poca importanza: Saddam non ha più nessun potere e il suo regime non esiste più".

In realtà ne ha molta, di importanza. Ci sono di mezzo i simboli: la guerra non sarà veramente "finita" fintanto che Saddam non sarà stato preso o ucciso. Ma soprattutto c'è di mezzo la politica: se Saddam fosse catturato vivo, la domanda diventerebbe: che fare di lui? Impensabile che possa essere giudicato da un tribunale americano e imprigionato negli USA. Improbabile che possa essere trascinato davanti alla nuova Corte penale internazionale (l'Irak non aveva sottoscritto l'atto di creazione, e la giurisdizione della Corte è iniziata soltanto nel luglio scorso). Un tribunale ad-hoc sotto l'egida dell'ONU sarebbe stato un'opzione se il Consiglio di Sicurezza avesse "autorizzato" la guerra, ma non l'ha fatto. E non è neppure ipotizzabile di far comparire Saddam davanti a un tribunale iracheno, magari composto da giuristi selezionati dagli anglo-americani. Anche se si trovasse un modo per processarlo, Saddam alla sbarra porrebbe un'immensa ipoteca sulla costruzione dell'Irak del dopoguerra e sulla sua nuova dirigenza politica.

Vi è poi una questione annessa: come giudicare i complici vicini e lontani del dittatore? Oltre a collaborare con esponenti dell'opposizione, gli anglo-americani hanno affermato di volersi appoggiare per la ricostruzione anche su capi tribù locali, su amministratori e poliziotti, magari anche su qualche ufficiale dell'esercito iracheno. Ma alcuni di loro, come scrive lo storico Timothy Garton Ash, "hanno sicuramente qualche traccia di sangue sotto le unghie". Senza dimenticare i finanzieri e faccendieri internazionali che fino a ieri hanno avuto rapporti d'affari e altro con Saddam. Che fare? Chiudere gli occhi e voltare pagina? Fintanto che Saddam sarà in vita non lo si potrà fare. Gli americani lo sanno e, malgrado le parole di Rumsfeld e Franks, lo sperano morto sotto quelle bombe del 19 marzo e del 7 aprile - sganciate appunto con lo scopo di "decapitare il regime". O comunque sperano di non commettere l'errore più grosso dall'inizio della guerra: prenderlo vivo.

(copyright Bruno Giussani)
Back to the list of articles