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La strategia di Blair: un'alleanza Europa-America contro il caos
Sulla guerra in Irak, Tony Blair ha rischiato di perdere il posto. Ha vinto. E ora deve convincere gli Europei che la sua visione è giusta.
di Bruno Giussani
20 maggio 2003
Mentre George Bush atterrava come un "Top Gun" in un jet militare sul ponte della portaerei Lincoln al largo di San Diego (unico scopo della messinscena: mostrare ai fotografi e alle telecamere il presidente in tenuta da pilota), il primo ministro britannico Tony Blair si preparava a festeggiare il suo cinquantesimo compleanno con una semplice colazione in famiglia (unica concessione: una serie di foto "dietro le quinte" pubblicate dal "Times" che mostrano giocattoli sparsi nella residenza al 10 di Downing Street: Blair e sua moglie Cherie hanno avuto un figlio l'anno scorso).
Mentre George Bush dichiarava che il conflitto in Iraq è sostanzialmente finito ma che la guerra al terrorismo continua, Blair finalizzava un discorso da pronunciare ad una conferenza di editori di giornali regionali in cui avrebbe parlato delle riforme del sistema educativo e sanitario inglesi, per poi volare a Dublino nel tentativo di far ripartire il processo di pace nord-irlandese.
I due uomini non potrebbero essere più diversi nelle idee e nello stile. Eppure sono andati in guerra e l'hanno vinta da alleati. Bush lo ha fatto con il sostegno degli americani e aiutato dagli entusiasmi e dagli eccessi patriottici dei media. Blair aveva tutti contro: la maggioranza degli inglesi, il suo partito laburista, alcuni suoi ministri (che hanno dimissionato o minacciato di farlo), la stampa (che è molto più feroce in Inghilterra che negli Stati Uniti), gli alleati europei (in particolare la Francia e la Germania), il resto della sinistra internazionale che l'ha trattato da "rinnegato". Nelle conferenze stampa che hanno tenuto congiuntamente prima del conflitto, il sorriso abbronzato e arrogantemente sicuro di Bush contrastava con il pallore e le occhiaie di un Blair visibilmente smagrito e a corto di sonno.
Insomma, Tony Blair in Iraq ha veramente rischiato di perdere il posto. Ma ha seguito le sue convinzioni invece di ascoltare i sondaggi d'opinione, si è battuto, si è esposto alla critica (è andato due volte in televisione a rispondere in diretta ai suoi oppositori), ha difeso la sua posizione alla Camera (e c'era dell'epico in quelle immagini del premier che parlava davanti a deputati ostili, appoggiato al piccolo scranno centenario nel mezzo del parlamento). Il giorno del suo cinquantesimo compleanno, martedì scorso, i sondaggi mostravano che il suo indice di popolarità è tornato ad essere quello di quando fu eletto, sei anni fa. Certo, la relativa facilità con la quale la coalizione anglo-americana è arrivata a Baghdad ha suscitato un sospiro di sollievo collettivo in Inghilterra. Ma ciò nulla toglie al fatto che Blair ha assunto enormi rischi personali e politici, ha saputo dimostrare grande leadership, ed ha vinto affidandosi alla mera forza delle sue argomentazioni, del suo intelletto e della sua integrità. Da grande statista.
Ne avrà bisogno anche per la sua prossima battaglia: la ricucitura dei rapporti fra gli Stati Uniti e l'Europa. Blair ha mandato i suoi soldati in guerra perché era convinto del rischio rappresentato da Saddam Hussein e della necessità di toglierlo di mezzo. Ma lo ha fatto a malincuore: avrebbe preferito un intervento in Iraq fondato su un chiaro mandato dell'ONU, e ha insistito fino all'ultimo per ottenerlo. Sfumata questa possibilità, però, ha scelto di stare comunque dalla parte degli Stati Uniti. Non perché, come molti hanno detto, è "il cagnolino scodinzolante di Bush", ma perché Blair ha una strategia e una visione, ed entrambe sono fondate sulla necessaria alleanza e partenariato fra Europa e USA. Deve ora convincere gli europei che questa visione è giusta.
Vi sono punti di vista divergenti sulla marcia del mondo. Nostalgico della "grandeur" francese, il presidente Jacques Chirac per esempio pensa che il mondo possa e debba svilupparsi verso una forma "multipolare" e che l'Europa debba darsi i mezzi per fare da contrappeso all'unilateralismo degli Stati Uniti. Da qui l'iniziativa, la scorsa settimana, di Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo per una forza militare paneuropea distinta dalla NATO.
Blair è invece convinto che un mondo multipolare (Stati Uniti, Europa, Cina, Russia, India, senza parlare di entità "diffuse" come l'Islam) condurrebbe inevitabilmente a una rivalità crescente fra questi centri di potere, e vi intravvede un rischio enorme. Una situazione nella quale Europa e Stati Uniti dovessero affrontarsi su ogni tema (pace in Medio Oriente, India-Pakistan, Cina-Taiwan, povertà, aids, debito estero, protezione dell'ambiente, lotta al terrorismo) con la stessa violenza verbale e politica esercitata attorno alla guerra in Iraq sarebbe "come se si togliesse la gravità al sistema solare", ha scritto qualcuno: un caos, insomma. Solo un largo partenariato basato su una stretta cooperazione fra europei ed americani, con la partecipazione se possibile di russi e cinesi, potrà evitarlo.
Un mondo unipolare, nella visione di Blair, non è naturalmente un mondo dominato dagli Stati Uniti. "Voglio che l'Europa possa parlare con voce forte e unita, ma credo che sarebbe pericoloso e destabilizzante se quella voce dovesse formarsi in opposizione all'America", ha spiegato in un'intervista. Solo come partner gli europei possono influenzare gli Stati Uniti: porsi in una posizione di rivalità, come fa Chirac, "altro non farebbe che incoraggiare l'unilateralismo americano".
(copyright Bruno Giussani)
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