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Perchè fa paura l'epidemia che non c'è
Statisticamente la Sars - sindrome respiratoria acuta severa - non si è finora rivelata più grave di un'influenza. Analisi di un panico ingiustificato.
di Bruno Giussani
25 maggio 2003
Fa più danni la malattia, o la paura della malattia? Ogni giorno la televisione mostra immagini di persone che portano una mascherina. La radio martella "7 nuovi casi di Sars a Pechino". I giornali titolano "Brividi di paura" o "Panico Sars" o "L'epidemia globale". Tracciano paragoni con la peste nera e la "spagnola". Raccontano di ristoranti vuoti a Shanghai, di uomini d'affari occidentali che annullano viaggi a Hong-Kong e Taiwan, di ospedali in quarantena a Pechino, di vie semideserte in altre città della Cina. Pubblicano elenchi di mete "sconsigliate". Spiegano che il virus "muta". Scrivono articoli allarmati ogni qualvolta un turista torna a casa da un viaggio in Asia con la tosse. E distribuiscono manuali che spiegano "Come proteggersi dalla Sars" (sta succedendo in questi giorni in Italia). Cioè come proteggersi da un'epidemia che non c'è.
Perchè a questo irresponsabile catastrofismo mediatico non corrispondono i fatti. Malgrado il nome minaccioso, la Sars - sindrome respiratoria acuta severa - almeno finora dal profilo sanitario non si è rivelata più grave di un'influenza. Non fraintendiamo: scrivo con molto rispetto per i tragici destini individuali e senza alcuna intenzione di sminuire le sofferenze di chi della Sars è rimasto vittima. E cosciente che finanto che esisteranno sacche di infezione ovunque nel mondo, una diffusione su larga scala è sempre possibile. Ma se guardiamo freddamente ai fatti, la realtà è molto diversa da quella dei titoli dei giornali. Il primo caso conosciuto di Sars risale a metà dello scorso novembre, nella regione cinese del Guangdong. Giovedì scorso 15 maggio - esattamente sei mesi più tardi - l'Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato sul suo sito web le seguenti cifre: 7699 casi di Sars recensiti nel mondo; 3484 persone ristabilite o erroneamente diagnosticate; 598 morti (cioè il 7.5 per cento dei contagiati; tutti i decessi si sono verificati in Asia, con le soli eccezioni del Canada - 23 casi - e del Sudafrica - uno).
La prima deduzione è che il rischio di contagio è limitato: il virus della Sars non si diffonde con la facilità di cui parlano i giornali. Se così fosse, considerando che ad essere principalmente colpite sono città densamente abitate come Hong-Kong, Pechino, Shanghai e Toronto (in tutto 25 milioni di abitanti, e aeroporti molto trafficati), e che per quasi quattro mesi, fino a fine febbraio quando è stato identificato, il virus ha potuto diffondersi indisturbato, dovremmo contare milioni di persone infettate.
Il secondo aspetto da considerare è la dimensione relativa del fenomeno. Da un altro sito web - quello dell'Ufficio federale svizzero della sanità - si apprende che "in Svizzera si registrano ogni anno tra i 400 e i 1000 decessi in conseguenza dell'influenza, mentre tra 1000 e 5000 persone vengono ricoverate in ospedale" per la stessa ragione. E questo in anni normali. In altre parole, dal profilo statistico, la Sars ha finora a livello mondiale le stesse dimensioni dell'influenza a livello svizzero. Eppure nessuno rinuncia a un viaggio o ad andare al ristorante per paura dell'influenza.
Si dirà - terza annotazione - che il contagio è stato contenuto proprio grazie all'allarme, alle misure radicali prese da alcuni governi (come quello svizzero che ha vietato la Fiera dell'orologeria agli espositori di Honk-Kong) e alle bandiere di pericolo sventolate dai media che hanno spinto tutti ad essere più prudenti, a evitare luoghi potenzialmente rischiosi, e a lavarsi regolarmente le mani (come se una buona igiene non fosse sempre raccomandabile, indipendentemente della Sars). C'è probabilmente del vero, ma gli effetti perversi del catastrofismo mediatico di queste settimane iniziano a tramutarsi in costi sociali molto elevati. Governi e organismi internazionali hanno accantonato altre priorità sanitarie per concentrare energie e mezzi sulla ricerca del "vaccino della Sars"; la crescita delle economie asiatiche è rallentata; e chiunque manifesti i classici sintomi della grippe è ormai automaticamente sospettato di avere la Sars.
Quest'ultimo punto, fra l'altro, rischia di diventare socialmente devastante quando ci avvicineremo all'inverno e saremo circondati come ogni anno da gente febbricitante con tosse o difficoltà respiratorie (che sono i sintomi della Sars, ma anche della normale influenza). Alcuni medici, senza per ora osar dirlo ad alta voce, pensano che si dovrebbe rendere obbligatoria la vaccinazione anti-influenzale per evitare situazioni di panico.
E forse andrebbero vaccinati anche i media. La Sars, è vero, ha tutte le caratteristiche della "scary story", della storia-da-far-paura: è una malattia nuova e dall'origine misteriosa; sembra essere partita dalle esotiche (nel senso che nessuno sa dove sono) campagne del Guangdong; si diffonde dapprima in una metropoli sovraffollata e promiscua (Hong-Kong), poi in una controllata da poteri oscuri e poco degni di fiducia (Pechino); arriva nel "mondo sviluppato" attraverso i viaggi in aereo (elemento classico delle leggende urbane). Senza contare che il virus si diffonde attraverso un meccanismo di contagio ancora sconosciuto, e che è "mutante" (elemento classico, questo, dei pericoli descritti nei romanzi di fantascienza). Ma una "scary story" non fa ancora un'epidemia.
(copyright Bruno Giussani)
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