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Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
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L'inspiegabile fascino di George Bush

Secondo i sondaggi, gli europei voterebbero massicciamente per il candidato Kerry. Ma sono pronti per un presidente Kerry?

di Bruno Giussani
24 ottobre 2004

Per la maggioranza degli europei (e degli svizzeri) il fascino che George W. Bush esercita sull'elettorato americano rimane inspiegabile. Molti faticano ad immaginare che possa essere rieletto in novembre. Studi recenti hanno mostrato che, se votassero gli europei, il prossimo inquilino della Casa Bianca sarebbe John F. Kerry.

Eppure, una seconda presidenza Bush è possibile. Anzi, probabile. La contesa è serrata, ma le cifre non possono catturare tutta la complessità delle emozioni di questa strana stagione politica statunitense.

Quando Bush fu eletto, nel 2000, l'Europa scosse la testa constatando che gli americani avevano eletto un figlio di papà del Texas che infarciva di gaffes i suoi discorsi. La commiserazione ha nel frattempo lasciato spazio all'ostilità. L'impopolarità di Bush in Europa è praticamente totale. La sua retorica del "con noi o contro di noi", la caratterizzazione degli Stati Uniti come sola "forza portatrice di bene" al mondo ("force for good"), e il suo disprezzo per la "vecchia Europa" hanno generato molto risentimento. L'immagine dominante del presidente americano è oggi quella del cow-boy alla testa di un'amministrazione tragica e supponente. Come possono gli americani pensare di rieleggerlo? Non vedono i danni che ha causato al suo paese e al mondo?

Piccolo inventario: una guerra inutile e illegale. Le torture di Abu Ghraib. Le bugie in serie. Un debito pubblico stratosferico. La promozione degli interessi degli inquinatori, dei petrolieri e dei ricchi contro quelli dell'ambiente e dei più deboli. E via di seguito.

Per moltissimi europei, è ovvio che George Bush è inetto o pericoloso (o entrambe le cose). Com'è possibile, allora, che la metà degli americani - gente normale e assolutamente decente - si prepari a votare per lui?

Vi è che la situazione politica americana è diversa da quella che gli europei pensano di intravvedere quando scrutano attraverso l'Atlantico. Per capire l'America di oggi, proviamo con un aneddoto. Se si va sul Web e si digita redcross.org/shop si arriva sul sito della Croce Rossa americana. Per 50 dollari si può ordinare un "corredo d'emergenza" che comprende una mascherina anti-polvere, del nastro adesivo, cibo a lunga conservazione e acqua, una piccola radio, una torcia, delle batterie, sapone e dentifricio, e una coperta. Ciò dovrebbe permettere a un adulto di "sopravvivere tre giorni". Ripetiamoci: non si tratta del sito di un gruppuscolo di lunatici millenaristi. Questo materiale è in vendita sul sito della Croce Rossa.

Questo articolo è l'introduzione a un dossier di 8 pagine dedicato alle elezioni presidenziali americane, pubblicato nel domenicale svizzero "Il Caffé" il 24 ottobre 2004.

Scarica il supplemento
(PDF, 2 MB)

Ossessionati dalla loro antipatia verso Bush, molti europei rifiutano di vedere che oggi l'America ha paura. Gli attentati dell'11 settembre 2001 hanno aperto un nuovo capitolo nella vita degli americani, facendo loro scoprire una vulnerabilità fino ad allora sconosciuta. In molti paesi europei, il terrorismo è da decenni un'angoscia quotidiana, ma non ha modificato fondamentalmente le abitudini. Negli Stati Uniti, il terrorismo è una terrificante novità, che ha spinto molti cittadini nelle braccia di un presidente che ha saputo trovare le parole per rassicurarli - anche se gran parte di quelle parole erano pura finzione. Non abbiamo finito di misurare gli effetti dell'11 settembre sulla psiche americana.

Bush e i suoi hanno nutrito questa paura per ragioni elettorali. E l'avventura irachena ha aumentato l'instabilità globale. Ma molti americani si dicono che tre anni senza attentati in casa forse sono il risultato delle scelte dell'amministrazione Bush. Il presidente non smette di ripetere che "andiamo a combattere i terroristi a casa loro per evitare di doverli combattere a casa nostra". Semplicistico? La psicologia collettiva dei paesi in guerra è sempre stata riduttiva e favorevole a chi è al potere. L'America del 2004 non fa eccezione.

Le parole di Bush, anche se non sempre veritiere, rispondono alle paure degli americani e a questa sensazione inedita di vulnerabilità. Non è il caso di John Kerry. Bush sostanzialmente dice: l'11 settembre, tutto è cambiato; ho preso le decisioni che si imponevano e tre anni dopo siamo di nuovo forti e fiduciosi. Kerry invece non fa che parlare dei suoi quattro mesi di servizio militare in Vietnam: un conflitto d'altri tempi e una guerra la cui conclusione non suggerisce agli americani che vinceranno quelle che stanno combattendo oggi contro il terrorismo e in Irak.

Ecco perchè la metà degli americani s'appresta a rieleggere George Bush. L'altra metà incarna le speranze degli europei. E' interessante osservare come in Europa la presidenza Bush è da molti considerata una sorta di anomalia storica, un errore durato tre anni che sarà presto corretto con l'elezione di John Kerry. Dopodiché la normalità nelle relazioni internazionali sarà ristabilita.

Ma osiamo la domanda: l'Europa è pronta per una presidenza Kerry? E' vero che il candidato democratico ha uno stile politico multilateralista e pragmatico, e che conosce il mondo. Ma nulla indica che una sua vittoria modificherebbe in modo sostanziale la direzione della politica estera e di sicurezza americana. Malgrado la stampa europea tenda a presentarlo come una "colomba" in opposizione al "falco" Bush, le differenze fra i due sono soprattutto di stile. Se Kerry fosse eletto la novità non sarebbe un ritiro delle truppe americane dall'Irak (l'ha già escluso più volte) e neppure una politica di cooperazione internazionale consensuale, come molti in Europa immaginano. John Kerry ha detto che, come presidente, difenderà l'interesse nazionale degli Stati Uniti senza esitazione e con forza (compresa la forza militare), e che "non sottometterà la sicurezza dell'America al veto di altri paesi o di organizzazioni internazionali" (leggi: ONU).

Ha invece detto più volte che chiederà agli europei di "condividere il fardello", di inviare uomini e mezzi in Irak per sostituire i soldati americani, e di partecipare al finanziamento della ricostruzione. L'Europa che nei sondaggi si esprime così massicciamente in favore del candidato Kerry è veramente pronta per un presidente Kerry?

(copyright 2004 Bruno Giussani)
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