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La pericolosa "realtà" di George Bush
La rielezione del presidente americano metterebbe le ali alla tentazione autoritaria neoconservatrice.
di Bruno Giussani
31 ottobre 2004
Martedì 2 novembre gli americani sceglieranno il loro presidente, confermando George Bush oppure sostituendolo con John Kerry. Da questo voto dipenderà almeno in parte anche la forma del nostro futuro. Se fosse rieletto Bush, il futuro prenderebbe tinte fosche.
L'elezione avviene nel mezzo di una profonda crisi del sistema statunitense. La "società dell'informazione" è andata in cortocircuito sotto il peso del miliardo di dollari speso per la campagna elettorale. Ne sono emerse due "verità" concorrenti, ciascuna sostenuta da cifre parziali, fatti distorti e programmi nebulosi. Nell'impossibilità di valutare la credibilità di queste due narrative, il cittadino americano è posto di fronte al dilemma di decidere a quale modello di leadership affidarsi e quale "verità" gli sembra più vera.
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Leggete il dossier di 8 pagine dedicato alle elezioni presidenziali americane, pubblicato nel domenicale svizzero "Il Caffé" il 24 ottobre 2004.

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La verità di John Kerry è razionale, complessa e tendenzialmente multilateralista (ma, contrariamente a quanto pensano molti europei, Kerry non è una "colomba"). La verità di George Bush è messianica, semplicistica e chiaramente egemonica. Il tema centrale di questa elezione è lo scontro fra ragione (Kerry) e certezze (Bush), fra pragmatismo e ideologia. Un collaboratore di Bush recentemente ha deriso i critici dicendo che "vivono nel mondo reale e pensano che i problemi si risolvono studiando la realtà. Ma il mondo non funziona più così: noi ora siamo un impero e agendo creiamo la nostra realtà".
Ciò spiega gli errori, le bugie, le tragedie e le follie della presidenza Bush: la guerra in Irak, la progressiva fusione fra amministrazione e grandi interessi economici, l'indebolimento delle libertà civili, il condono della tortura, la militarizzazione della società, il ruolo crescente del fanatismo religioso, l'intimidazione e il segreto come metodi politici, e il disinteresse per l'ambiente, per il debito pubblico e per l'opinione del resto del mondo.
Ma finora l'attore di tutto ciò è stato solo il governo americano. Ricordiamoci che nel 2000 George Bush non fu veramente "eletto". La maggioranza dei votanti scelse Al Gore. Bush fu mandato alla Casa Bianca (a 5 contro 4) dei giudici della Corte Suprema. Presidente senza legittimità popolare, Bush sfruttò le emozioni e le paure del dopo-11-settembre per lanciare un programma radicale di smantellamento delle conquiste civili, sociali, ambientali e diplomatiche del ventesimo secolo, zittire i critici accusandoli di mancato patriottismo e rafforzare l'occupazione Repubblicana di tutti i gangli del governo.
L'insolita dinamica dell'elezione del 2000 conferisce un'importanza particolare al voto di martedì prossimo. Se George Bush fosse rieletto, la "sua" versione della verità sarebbe legittimata dal voto della maggioranza degli americani, e ciò metterebbe le ali alla tentazione autoritaria neoconservatrice. I prossimi quattro anni non sarebbero una replica di quelli passati: ne sarebbero la versione accelerata e potenziata, tendente a "creare una realtà" dove il mondo è diretto dagli Stati Uniti, gli Stati Uniti sono diretti dai Repubblicani, e i Repubblicani sono diretti dalla loro ala destra.
Dovendo lavorare comunque con un Congresso a probabile maggioranza Repubblicana e presiedere un paese diviso, John Kerry non avrebbe vita facile. E come capo di un Esecutivo il senatore Democratico rimane tutto da scoprire. Ma certamente sarebbe un presidente rispettoso delle leggi e studioso dei fatti, che riporterebbe la razionalità fra i muri della Casa Bianca e farebbe i conti con la realtà anzichè cercare di "crearla".
(copyright 2004 Bruno Giussani)
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