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Caro amico americano...
Lettera all'amico sconsolato dopo l'elezione presidenziale
di Bruno Giussani
7 novembre 2004
Caro amico americano,
capisco la tua delusione. E' anche la nostra. In Europa la maggioranza avrebbe votato per John Kerry, come hai fatto tu martedì mattina dopo essere rimasto in fila per due ore. Sei andato in giro tutto il giorno con l'adesivo che dice "ho votato" appiccicato alla camicia, come per segnalare l'orgoglio che provavi nell'aver contribuito con il voto a ricondurre il tuo paese sul giusto cammino dopo tre anni di bugie, tragedie e follie.
Ma stamattina al caffé c'era disperazione nei tuoi occhi, e tanta amarezza nella tua voce. Quando mi hai sconsolatamente chiesto chi sono quei tre milioni di elettori che hanno dato la maggioranza a George Bush, ho risposto frettolosamente "se non lo sai tu" e me ne sono subito pentito. Perchè ho capito che la tua incredulità nasce dal fatto che neppure tu che in America sei cresciuto riesci veramente a capire le motivazioni di coloro che hanno rieletto il presidente.
Per tre anni abbiamo aspettato questo 2 novembre come si aspetta la chiusura del sipario durante una pessima rappresentazione. Pareva tutto così chiaro: ecco un presidente che ha lanciato una guerra ingiustificata, scavato voragini nelle casse pubbliche, calpestato le libertà civili, ignorato l'ambiente, isolato l'America dal resto del mondo, nutrito cinicamente la sensazione di insicurezza che rovina le tue giornate. In un mondo razionale, l'elezione avrebbe dovuto trasformarsi in referendum sull'incompetenza dell'amministrazione Bush, e una valanga di voti avrebbero dovuto rimandarlo in Texas.
Ma gli Stati Uniti d'oggi non sono un paese razionale. Sono un paese dove le torture di Abu Ghraib sembrano essere moralmente meno riprovevoli dello stanco seno di Janet Jackson esibito in televisione o dell'unione di due persone dello stesso sesso che si vogliono bene. I giornali dicono che l'elezione è stata decisa dai "principi morali". Quali "principi" mancavano a Kerry? Eroe di guerra, cattolico praticante, buon padre, onest'uomo. Capisco il tuo smarrimento, amico mio. Anche noi non sappiamo più chi è l'America, e siamo preoccupati: la tentazione autoritaria di Bush e della sua squadra ha ricevuto la benedizione della maggioranza, e temiamo che i loro sforzi per smantellare mezzo secolo di progresso e riconfigurare a mano armata il sistema internazionale ne risultino accelerati.
Vorrei poterti dire parole di conforto, ma ne trovo poche. Stamattina il sole è sorto come al solito, e ciò è già motivo d'ottimismo. Non sei solo: altri cinquantacinque milioni di americani hanno sentito la stessa fitta allo stomaco all'annuncio dei risultati. E ho il sospetto che i prossimi quattro anni non saranno facili per Bush. Ora deve finire il lavoro che ha iniziato. Fosse stato eletto, Kerry si sarebbe ritrovato molte patate bollenti in mano, un Congresso a maggioranza repubblicana di fronte, e falangi di critici pronti a rinfacciargli il fallimento "di una missione in Iraq che, quando te l'abbiamo affidata, stava andando nella giusta direzione". Kerry avrebbe avuto scarse possibilità di riparare i danni e molte probabilità di portarsi a casa colpe non sue.
E' Bush che deve stabilizzare l'Iraq adesso, e far ripartire l'economia, e non ha più scuse: mica può nascondersi per altri quattro anni dietro le vittime dell'11 settembre. E nel 2008 ci saranno nuove elezioni. Vero: nel frattempo Bush avrà fatto altri danni. Ma forse, come si dice da voi, "le cose devono andare peggio prima che possano andare meglio".
Ti voglio bene, malgrado il vostro pessimo gusto in fatto di presidenti.
(copyright 2004 Bruno Giussani)
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