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Noi, Bush e l'inchiostro sulle dita
Siamo o non siamo favorevoli ad una forma di stabilità democratica in Irak malgrado il fatto che è ciò che vuole anche George Bush?
di Bruno Giussani
5 febbraio 2005
Le elezioni di domenica scorsa in Irak pongono a noi europei, che abbiamo espresso opposizione all'invasione del paese e abbiamo poi assistito inorriditi alla disastrosa gestione del dopoguerra, una domanda lacerante. La domanda è: siamo o non siamo favorevoli ad una forma di stabilità democratica in Irak, e fors'anche più largamente in Medio Oriente, malgrado il fatto che è ciò che vuole anche George Bush?
Non è un interrogativo retorico. Le elezioni irachene non sono state perfette. Sono state un'approssimazione: i registri elettorali erano quelli che erano; i candidati non hanno potuto apparire in pubblico regolarmente e condurre una vera campagna; gli addetti alle elezioni sono stati rapiti minacciati e in alcuni casi uccisi; gli osservatori internazionali hanno dovuto limitarsi ad "osservare" da oltre confine, dalla Giordania.
E un'elezione non fa una democrazia: l'insicurezza rimane grande, e molte cose possono ancora andar storte, a cominciare dall'aspetto cruciale della rappresentanza delle minoranze (curdi e sunniti) nel futuro assetto politico del paese (che sarà molto probabilmente dominato dagli sciiti, ma aspettiamo con calma i risultati).
Nella loro imperfezione tuttavia, le elezioni di domenica sono state un avvenimento incredibile. Non so voi, ma a me è venuta quasi una lacrima di sorpresa e di giubilo nel vedere gli iracheni recarsi alle urne malgrado le molto reali minacce di morte. Vederli incamminarsi verso gli uffici di voto (perchè quel giorno l'uso dei veicoli privati era vietato) o mostrare con orgoglio il dito intinto nell'inchiostro mi ha fatto pensare con un filo di vergogna al mio proprio comportamento elettorale. Come molti altri cittadini di paesi dove il voto è un'abitudine, tendo talvolta a considerarlo più alla stregua di un noioso lavoro domestico che come una conquista civile preziosa e degna di alti rischi.
A giudicare dai commenti sentiti e letti questa settimana, molti europei, ostaggi del loro desiderio di vedere George Bush fallire, sembrano non rendersi conto dell'enormità di quanto è successo domenica, e dell'opportunità storica che ciò rappresenta per la stabilizzazione dell'Irak e magari anche del resto del Medio Oriente, così essenziali per il futuro dell'Europa.
Recandosi alle urne, gli iracheni hanno non solo mostrato consapevolezza del loro dovere civico e smentito chi pensava che le sementi della democrazia non possono germogliare in quella parte del mondo. Hanno chiaramente affermato che vedono il loro futuro nella libertà ed espresso il loro rifiuto del terrore. Ho letto in un giornale che uno dei terroristi suicidi a Bagdad è riuscito a far saltare in aria solo se stesso, davanti a un ufficio elettorale, e che i cittadini sputavano sul suo cadavere squartato passandogli accanto per recarsi a votare.
Vero: il voto non può servire a posteriori a giustificare una guerra che è stata lanciata con altre premesse. Ma il futuro non lo si costruisce a partire da ieri o dall'altro ieri: inizia adesso. Indipendentemente da quel che pensiamo di George Bush e da quanto ci infastidisca ammettere che il voto di domenica è una vittoria anche sua, gli iracheni hanno guadagnato sul terreno, a rischio della vita - e alcuni sono morti - il diritto di chiedere alla comunità internazionale di mettere da parte i litigi antistorici e di aiutarli a costruire una forma stabile e rappresentativa di autogoverno nel mezzo di una regione esplosiva. Non è detto che debbano per forza fallire. Ma se falliranno, dopo il coraggio che hanno dimostrato domenica, sarà un po' anche colpa nostra.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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