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Fra realtà e "Sgrenati"
Il cicaleccio senza umiltà seguito alla liberazione di Giuliana Sgrena è ridicolo e ignora la "primavera araba".
di Bruno Giussani
12 marzo 2005
Ho aspettato per diversi giorni la notizia clamorosa che avrebbe spinto i soldati americani a "tendere un agguato" (parole sue) alla giornalista italiana Giuliana Sgrena per farla tacere dopo la sua liberazione, dieci giorni fa, da ostaggio dei terroristi a Badgad.
Attesa vana. La notizia non è arrivata. Eppure Sgrena è viva, al sicuro in Italia. Può parlare e scrivere". Vi è che le informazioni talmente segrete da spingere gli USA a tentare di far fuori "la testimone che sapeva troppo" non sono mai esistite. La sparatoria che è costata la vita all'agente segreto Nicola Calipari è stata un tragico e assurdo incidente per il quale probabilmente non avremo mai una spiegazione soddisfacente.
Eppure fino a metà settimana la tesi del tentato omicidio è stata ripetuta dalla Sgrena (sentite questa perla: "I miei carcerieri mi avevano avvertito: gli americani non vogliono che torni viva in Italia") e dal suo convivente Pier Scolari, da quelli del "Manifesto", da politici italiani in cerca di qualsiasi cosa da attaccare al collo di Berlusconi, ed ha assunto una vita tutta sua, indipendente dalla realtà. Poi lentamente sono rinsaviti. Scolari ha definito le sue stesse dichiarazioni "fantapolitica", Sgrena ha dichiarato "non ho nessuna informazione riservata", i politici han detto che loro non avevano detto. Tutti hanno espresso cordoglio per Calipari. Sto ancora aspettando però di sentire una parola di condanna dei rapitori della Sgrena (lei li ha ringraziati per averla "trattata con gentilezza": forse ha dimenticato il primo filmato nel quale piangeva disperata) o un ringraziamento al governo italiano (che l'ha tirata fuori da un guaio nel quale è andata a cacciarsi da sola, spavaldamente ignorando le regole di base del giornalismo di guerra e gironzolando per l'Irak senza scorta, "tanto lo sanno che io sono dalla parte loro"). E' il mondo al rovescio.
Ogni guerra è assurda, ma la guerra in Irak lo è più di altre, perchè purtroppo nessuno la guarda in faccia, e non solo in Italia. Il cicaleccio senza umiltà degli "Sgrenati" è altrettanto ridicolo e pericoloso dell'ottimismo volontarista di George Bush.
Eppure di cose da vedere ce ne sarebbero, in Medio Oriente. Piccolo inventario: Sharon ritira le truppe dai Territori occupati e parte degli insediamenti; la classe dirigente palestinese si distanzia dall'eredità di Arafat; si parla di Stato palestinese; Mubarak annuncia elezioni presidenziali multi-candidato in Egitto, mentre si fa strada un'opposizione democratica; Gheddafi rinuncia al nucleare libico; i libanesi si rivoltano e rovesciano il governo pro-siriano; l'Iran negozia sul suo programma nucleare; e Saddam non è più al potere a Bagdad, e gli iracheni hanno votato per la prima volta.
Tutto merito di Bush? Certo che no. L'unilateralismo non è un buon metodo per gestire gli affari internazionali; ogni errore che poteva essere commesso in Irak è stato commesso; e tutto potrebbe ancora andar storto. Ma il presidente americano può certamente vantarsi di aver smosso il primo tassello, sbilanciando tutto il quadrante mediorientale che era rimasto bloccato per decenni, ed aprendo possibilità inedite e fantastiche per una ricomposizione dell'intera regione, possibilmente in direzione di una stabilità democratizzante. Se n'è accorto persino Jacques Chirac (ma non gli "Sgrenati") che il Medio Oriente è a una svolta storica, che stiamo assistendo ad una specie di "primavera araba", e che l'unica posizione moralmente accettabile - e anche il nostro interesse vitale - è di lavorare tutti insieme per rendere quest'evoluzione irreversibile.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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