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Per tornare a cenare in pace
Urge offrire un'alternativa a chi non vuol ricevere le telefonate di venditori di prodotti di bellezza, elettrodomestici, computers e diete. Per esempio istituendo una "do-not-call-list".
di Bruno Giussani
19 marzo 2005
Ho un tema da offrire a qualsiasi politico o partito seriamente intenzionato ad affrontarlo per trovare una soluzione.
Il tema è quello del marketing telefonico. Dell'irritazione e senso di impotenza crescenti fra ticinesi e svizzeri nei confronti delle voci sconosciute che vi telefonano a casa pomeriggio e sera per proporvi corsi di tutti i tipi, prodotti di bellezza, elettrodomestici, computers, sevizi telefonici, analisi dei capelli, diete e altro.
Le telefonate in realtà partono da computers. Se rispondete, la chiamata è trasferita a un agente, sul cui schermo appare il vostro nome. L'agente legge un copione sempre identico: "Signor Giussani? Buonasera. E' interessato a risparmiare sulle sue spese telefoniche?" eccetera.
Queste telefonate, sempre più numerose, sono ingiustificate e moleste.
A questo punto i "telemarketers" insorgeranno: è la libertà di commercio, abbiamo diritto di andare a cercare nuovi clienti. Ma le ragioni del libero commercio si scontrano qui con il diritto di ciascuno di non essere disturbati a casa propria. Di non essere interrotti mentre si cena in famiglia, si legge un libro, si discute o si è occupati in faccende intime. Il diritto a uno spazio privato è chiaramente prevalente. Un conto è entrare in un centro commerciale: si attraversa la porta volontariamente. O aprire un giornale pieno di pubblicità: la si può ignorare. O guardare un film alla tivù: sarà interrotto dagli spot, ma abbiamo un'alternativa: noleggiare un DVD. Anzi due: possiamo guardare altro.
Le chiamate a domicilio non lasciano alternativa: sono invasioni importune di uno spazio privato alle quali non ci si può sottrarre (perchè potrebbe essere la zia malata o un'altra chiamata importante, e si tende a rispondere).
E' quindi urgente offrire un'alternativa a chi non vuole riceverle. Non si tratta di proibire la pratica commerciale: soltanto di offrire ai consumatori la scelta (che oggi non hanno) di non essere disturbati. Il modo esiste. Il governo americano tre anni fa ha creato un sistema chiamato "do-not-call list": l'elenco dei numeri che non possono essere chiamati.
Il principio è semplice: se non volete essere chiamati dai telemarketers potete iscrivere gratuitamente il vostro numero telefonico nell'elenco, gestito dalla Commissione federale del commercio (www.donotcall.gov). L'elenco viene trasmesso ai telemarketers. E se questi vi chiamano comunque, potete denunciarli. Unica eccezione: possono contattarvi se c'è una "relazione commerciale preesistente" fra voi e loro. La definizione di "relazione commerciale" è materia legale delicata. L'eccezione è pensata per permettere alla vostra libraia di telefonarvi per dirvi che i libri ordinati sono arrivati. Ma c'è rischio d'abuso se un'azienda interpreta come relazione commerciale preesistente una telefonata che avete fatto cinque anni fa al suo servizio informazioni per chiedere ragguagli su un prodotto che poi non avete comperato. (Ci sono pure eccezioni più specifiche per sondaggi, campagne politiche e iniziative caritatevoli). Il sistema funziona, l'ho sperimentato personalmente per oltre un anno in California.
L'invadenza dei mercanti telefonici in Svizzera ha raggiunto un punto critico. E' ora di farne un tema nazionale e avanzare l'istituzione di una "do-not-call list" elvetica. Non c'è bisogno di inventare nulla e neppure di lente commissioni di studio. Il modello può essere copiato pari pari dagli americani, facendo anche tesoro della loro esperienza pluriennale. C'è urgenza: vogliamo tornare a cenare in pace.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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