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L'assassinio di Berlusconi
Si moltiplicano i romanzi la cui vittima designata è un politico in carica. Ai lettori di decidere se essere indignati o divertiti. Ma sorgono alcune domande.
di Bruno Giussani
9 aprile 2005
Ora che Silvio Berlusconi ha perso le elezioni regionali, qualcuno lo vuole anche ammazzare. Si chiama Ettore Saleri, è un giovane laureato vagante fra impieghi precari e incertezze economiche. Sceglie la Scala di Milano come teatro del delitto. "Sento il grilletto sotto il mio dito e faccio fuoco, e poi ancora fino a quando non lo vedo cadere, colpito. Adesso è veramente finita".
Frasi da un romanzo uscito da poco in Italia, "Chi ha ucciso Silvio Berlusconi". Autore Giuseppe Caruso, giornalista del quotidiano "L'Unità". Editore Ponte alle Grazie, dove hanno sorrisi larghi così per aver venduto in pochi giorni le cinquemila copie della prima tiratura. Merito del titolo furbastro e della pubblicazione in piena campagna elettorale (che di toni estremi ne ha offerti abbastanza per conto proprio). Ma merito anche del tema che il libro cavalca: il disagio della disoccupazione giovanile, del precariato, delle prospettive limitate che l'Italia d'oggi (e l'Europa) offre a una fetta crescente di giovani. Saleri, il protagonista, spinge la sua frustrazione fino alla convinzione che l'unica via d'uscita è la liquidazione fisica del presidente del Consiglio.
Certo, si tratta di un romanzo, e l'idea di uccidere Berlusconi è soltanto un artificio letterario che permette all'autore di descrivere (e lo fa bene) una realtà sociale. I lettori possono decidere per conto proprio se essere indignati o divertiti. Ma non può non suscitare qualche perplessità il fatto che la persona di un primo ministro in carica diventi l'obiettivo esplicito di un fantadelitto. Il presidenticidio è un oggetto letterario relativamente comune, ma finora le vittime designate sono sempre stati personaggi del passato oppure fittizi. Negli ultimi anni invece vi è stato un fiorire di assassinii romanzati di gente vera e in carica: in Germania Gerhard Schröder, anche se non nominato, è il protagonista de "La fine del Cancelliere - Lo sparo risolutore" (ritirato dalla vendita lo scorso anno); in Austria il leader della destra Jörg Haider viene ucciso nel testo di Gerhard Roth "Il lago"; in Italia "Kill", di Roberto Vacca, descrive un attentato (fallito) contro Berlusconi.
C'è persino uno spettacolo teatrale in inglese, intitolato "Everybody for Berlusconi" (ma il titolo doveva essere "Killing Berlusconi" - uccidendo Berlusconi), co-finanziato dall'Unione Europea, nel quale gli attori "processano" il primo ministro italiano e alla fine chiedono agli spettatori se lo vogliono morto. Quale che sia la risposta, gli attori dichiarano: "democraticamente abbiamo deciso di assassinare Silvio".
E negli USA, nel novembre scorso, poco prima dell'elezione presidenziale, Nicholson Baker pubblicò "Checkpoint", romanzo-dialogo fra due amici, Jay e Ben. Il primo è determinato a uccidere George Bush; il secondo tenta di dissuaderlo. L'agente scatenante dello schema omicida di Jay è la decisione di Bush di invadere l'Irak e la rabbia che ha suscitato in parte dell'opinione pubblica.
Che simili trame possano essere pubblicate (e che allegorie teatrali come "Everybody" vengano addirittura sussidiate dall'EU) è un rassicurante segno di solidità delle istituzioni democratiche. Ma di converso questi libri disturbano perchè rivelano anche la fragilità attuale della democrazia vissuta, mettendo nero su bianco pensieri nutriti di frustrazione e senso di impotenza che molti, in qualche modo, hanno avuto. Non l'intenzione d'uccidere, no; ma l'impressione che il mondo sarebbe migliore se Bush o Berlusconi fossero - anzichè rimandati a casa alle prossime elezioni - morti.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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