(Articles on Technology and Economy: follow this link)
"Submission" e la missione di Benedetto XVI
Il miscredente regista assassinato Theo Van Gogh e Papa Ratzinger stavano essenzialmente dalla stessa parte, avvertendo la stessa esigenza d'un ritrovato senso dei limiti.
di Bruno Giussani
24 aprile 2005
Non è mia intenzione mescolare il sacro e il profano, l'assoluto e il pedestre, ma ho trovato interessante l'accostamento, questa settimana, dei primi passi e parole di Papa Benedetto XVI e della controversia sul mostrare-o-non-mostrare il film del regista olandese Theo Van Gogh "Submission" nei festival, alla televisione e altrove (non l'hanno visto gli europarlamentari: proiezione annullata per motivi di sicurezza; l'hanno ricevuto invece da un collega, su CD, i granconsiglieri ticinesi).
Interessante perchè il miscredente Van Gogh e Papa Ratzinger stavano (uso il passato visto che il primo è morto) dalla stessa parte.
Riepilogo: Theo Van Gogh, regista olandese, è stato ucciso a colpi di pistola da un estremista islamico il 2 novembre scorso, in strada ad Amsterdam, lasciato con due coltelli piantati nel torso che trapassavano un documento di cinque pagine pieno di minacce contro i governi occidentali, gli ebrei, e Ayaan Hirsi Ali, una giovane parlamentare olandese di origine somala che ha scritto il testo di "Submission". Motivo dell'omicidio: il cortometraggio. Che dura una decina di minuti e mostra il monologo di una donna musulmana sulla cui schiena sono stati trascritti versetti del Corano e che racconta la "sottomissione" (da dove il titolo) al marito, gli abusi subiti da parte di parenti, e il suo sgomento davanti al "silenzio" di Allah.
Hirsi Ali vive da allora attorniata da guardie del corpo, e il produttore ha deciso di non mostrare più il film (che è passato una volta in televisione) rifiutando di mandarlo ai festival, compreso quello di Locarno.
Avevo appena guardato il video di Van Gogh (che circola sull'internet) per capire quale fosse l'oggetto della polemica, quando sono risuonate le prime parole di Benedetto XVI: "si va costruendo una dittatura del relativismo". Parole che segnano in modo forte e chiaro un inizio di pontificato che si vuole ergere contro una società in cui ad ogni cosa è assegnato lo stesso valore, nella quale per troppo tempo si è invocato il relativismo culturale (e religioso) per giustificare la negazione di diritti fondamentali.
Non si tratta di restaurazione o neo-oscurantismo, come hanno suggerito taluni. Papa Ratzinger - proveniendo da una direzione opposta a quella del regista - ha avvertito la stessa esigenza e lanciato lo stesso messaggio dell'irriverente Van Gogh: bisogna ritrovare un senso dei limiti; ci sono cose inaccettabili e tali rimangono anche se sono fatte o dette in nome di una religione o tradizione; senza una scala di valori universali il mondo non potrà che sfaldarsi.
La sorgente di quei valori, invocati con la provocazione da Van Gogh, Ratzinger la suggerisce silenziosamente col nome che si è scelto per succedere al (e distinguersi dal) suo predecessore: Benedetto, patrono d'Europa, cioè del continente che ha dato al mondo il cristianesimo, l'illuminismo ed i diritti dell'uomo.
Belle discussioni in prospettiva. Perchè Ratzinger, per dirla con le parole del commentatore Ernesto Galli della Loggia, è un "testimone della nostra drammatica epocalità, consapevole che, nella vampa infuocata dei tempi, interi universi storici, interi mondi antropologici e culturali che per secoli ci hanno plasmato minacciano di essere annientati o di scomparire", e sente che "lungi dal corrispondere a un qualsiasi progresso, ciò apre solo la strada verso il nulla". Benedetto XVI è un Papa che fin dal primo minuto di pontificato ha capito il suo tempo ed espresso con chiarezza la sua missione storica. Ecco perchè chi pensa che sarà un Papa di transizione avrà modo di ricredersi.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
Back to the articles archive