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Il laboratorio cinese e il futuro di tutti noi
La Cina non è solo tessili (paura) e turisti (speranza): è il più grande esperimento sociale ed economico mai tentato.
di Bruno Giussani
8 maggio 2005
La Cina fa paura: le importazioni europee di prodotti tessili cinesi sono in crescita esponenziale; l'auto cinese a cinquemila euro arriverà presto anche sui mercati europei; le parole "Made in China" sono dappertutto.
La Cina fa sperare: i turisti cinesi in Svizzera sono aumentati del 100 per cento lo scorso anno; a Lugano si tiene un convegno dai toni ottimistici sugli interscambi economici Ti-Cina.
La Cina affascina: un giornale zurighese la usa nella sua pubblicità; due catene di grandi magazzini ne hanno fatto il tema della loro promozione primaverile ("Welcome Shanghai" e "China Today").
Che la Cina sia il paese emergente, che ciò che sta succedendo là influenzerà (e sta già influenzando) in modo radicale la vita qui, è un'ovvietà. Così come il fatto che il risveglio capitalistico di un miliardo e trecento milioni di persone non poteva che sconvolgere gli equilibri del mondo - tutti gli equilibri: economici, politici, sociali, culturali, energetici.
Ma la Cina rimane una grande sconosciuta. Per molti è il paese del lavoro frenetico, sottopagato e in condizioni insalubri, con il quale è impossibile competere (vero); per altri è la terra delle lanterne di carta, delle spezie afrodisiache e della saggezza millenaria (idem). Nell'immaginario di chi non vi è mai stato, spezzoni di Cina s'incrociano in modo confuso: Marco Polo, i panda, Mao, la rivoluzione culturale, Taiwan, Dim Sum, la finezza della calligrafia e la freddezza lucida dei leaders politici, le triadi, il Tibet e la Grande Muraglia, le folle in bicicletta e la piazza Tienanmen.
La definizione più accurata della Cina contemporanea è forse questa: è il più grande esperimento sociale ed economico mai tentato. Pur rimanendo la Cina un paese non democratico, nello spazio di mezza generazione la forma più rigida di centralismo economico ha lasciato il posto ad un capitalismo tanto anarchico quanto creativo. L'economia cinese cresce al ritmo del nove per cento l'anno: ciò basta per raddoppiare il reddito medio ogni otto anni. Le università cinesi formano più ingegneri di quelle americane. L'ardire architettonico e urbanistico di Shanghai ne fanno la New York di questo secolo. In Cina nascono i nuovi universi cinematografici (pensiamo ai film di Zhang Yimou) e letterari.
Sto attualmente lavorando all'organizzazione di una conferenza sui temi della tecnologia e del design, che si svolgerà a Oxford il prossimo luglio (www.ted.com). La Cina è un argomento ricorrente nelle discussioni preparatorie con gli oratori, ma nessuno parla d'importazione di capi d'abbigliamento o dell'arrivo di turisti cinesi. Tutti guardano invece all'energia creativa che si sprigiona dalla Cina, e alla sfida epocale che essa rappresenta.
L'architetto americano Bill McDonough ha appena firmato un accordo col governo cinese per progettare, con ambiziosi criteri di sostenibilità ecologica, intere nuove città destinate ad ospitare decine di milioni di persone. Il curatore artistico svizzero Hans Ulrich Obrist, che pure parlerà a Oxford, stima che nel prossimo decennio oltre duecento nuovi musei saranno aperti a Shanghai e Pechino, con conseguenze imprevedibili sul mondo dell'arte e della cultura. Jean Jennings, direttrice di una rivista automobilistica americana, mi ha mandato un articolo nel quale si descrive la strategia cinese per lo sviluppo di automobili a combustibili alternativi (elettricità, idrogeno, gas naturale e veicoli "ibridi") e ne traspare che in questo campo la Cina fa molto, molto sul serio.
Ben più di magliette e turisti, questo è il futuro che il laboratorio-Cina ci prepara.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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