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Un dilemma postmoderno: che fare dei troppi libri
Uno scaffale ripulito, riordinato, scremato può aiutare a schiarire, oltre che lo spazio, anche la mente. Ma disfarsi dei libri non è facile.
di Bruno Giussani
29 maggio 2005
I libri non si buttano. Mai. Eppure molti di noi (o magari soltanto alcuni di noi) possiedono troppi libri. Accumulati come fossero strati geologici in anni di girovagare culturale fra banchi universitari, ricerche di vario genere, svolte professionali, apprendimento di una nuova lingua (con l'apertura ogni volta di un nuovo, vasto, irresistibile filone di idee e storie da esplorare), interessi di lungo termine o fulminee divoranti passioni, incontri con autori o copie "per recensione" ricevute dagli editori, visite alla libreria sotto i portici o su Amazon.com o ai "bouquinistes" lungo la Senna.
Quasi tutti quelli che hanno troppi libri hanno una volta o l'altra pensato di liberarsene, ma poi trovano difficile persino disfarsi d'uno, anche quando gli scaffali si piegano sotto il peso, o quando molti sono da anni in scatoloni (che siano rimasti lì dentro così a lungo non dimostra forse che non ne abbiamo bisogno?) e persino quando si tratta di vecchie antologie scolastiche sbrecciate e consunte della Zanichelli.
Quelli che hanno troppi libri, in generale, amano i libri. Difficile liberarsi della copia della "Divina Commedia" che abbiamo annotato a scuola, anche se ne possediamo tre altre, fra le quali una del 1898 "rivista da un letterato toscano". Tutti quei volumi dei "giovani autori" (erano giovani allora, i De Carlo e Tondelli e Del Giudice) letti vent'anni fa e poi mai più toccati, magari starebbero meglio a casa di qualcun altro, ma paiono ancora intrisi della passione d'allora, sono i "miei" giovani scrittori. Pessoa, "Un uomo" della Fallaci, Orwell, rimangono dove sono, ma ho davvero bisogno di tre copie in due lingue del "Requiem per Zia Domenica" di Plinio Martini o potrei accontentarmi di una, in italiano? E fuori dalla letteratura, teniamoci Aron e Habermas e Sartre, ma che fare delle biografie di Gorbaciov, delle "retrospettive del XX secolo" accumulate cinque anni fa, delle guide turistiche che ancora parlano di Yugoslavia, dei troppi cataloghi d'arte? E di tutti quei volumi di "futurologia" che nella seconda metà degli anni Novanta raccontavano l'internet e oggi fanno sorridere al solo leggerne i titoli? Alcuni forse possono essere considerati pezzi da museo, cimeli di un'era dove prima si scriveva e si dopo si pensava, sul genere di questo manuale impaginato come l'elenco telefonico e che dice di contenere "Tutto l'internet", indirizzo per indirizzo.
Un segnalibro che sbuca al capitolo 3, una ricevuta di cassa ancora infilata nelle prime pagine, sono i testimoni inappellabili della tendenza del lettore ad iniziare nuovi volumi e non finirli. A cedere alle mode, alla curiosità, all'ambizione di voler essere sempre al corrente, come se ciò fosse possibile - e invece non sono mai arrivato neanche alla fine di "Anna Karenina".
Riprovo ad operare una scelta su una piccola parte dei libri che posseggo. Quelli che "vanno", quelli che "restano", e quelli "in dubbio". Questa terza pila cresce a dismisura. E' difficile separarsi dai libri. Ma forse l'unico modo è di raddrizzare la schiena, guardare un'ultima volta i volumi "in dubbio", eppoi lasciarli partire. Qualcun altro - una biblioteca, una scuola, chissà - sarà certamente felice di averli.
E forse non è solo un'illusione che uno scaffale ripulito, riordinato, scremato possa aiutare a schiarire, oltre che lo spazio, anche la mente, lasciando meglio capire quel che contiene e (soprattutto) perchè. Di alcuni libri ricordo perfettamente cosa mi ha spinto a comperarli; ma di altri mi chiedo come siano entrati in casa mia.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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