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Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
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La crisi salutare di un'Europa senza fantasia

I "no" francese e olandese alla Costituzione potrebbero catalizzare la rivoluzione culturale e il rilancio economico di cui l'Unione Europea ha bisogno.

di Bruno Giussani
7 luglio 2005

Ammettiamolo: è difficile rimanere europeisti davanti allo spettacolo offerto dall'Unione Europea in queste ultime settimane.

Il "no" dei cittadini francesi e olandesi alla Costituzione ha spazzato via il paravento che ricopriva le crepe nell'edificio europeo. Improvvisamente l'UE è apparsa per quello che è: una struttura esitante, frutto di compromessi piccoli e grandi dei quali tutti sono scontenti ma che hanno finora accettato in nome degli scopi superiori: garantire la pace nel continente, favorirne la prosperità, stabilizzarne economicamente e politicamente i fianchi orientali (ex-blocco sovietico) e meridionali (dalla penisola iberica alla Grecia).

Dalle crepe sono scaturiti litigi da retrobottega sul budget comunitario: Chirac vuole togliere il "ristorno" agli inglesi, Blair vuole tagliare i sussidi ai contadini francesi, olandesi e tedeschi sono stufi di pagare più di tutti, portoghesi e greci temono che il fiume di fondi comunitari venga deviato verso i nuovi arrivati ad est. Si sono visti musi duri, son girati insulti, sono stati accusati molti "colpevoli": i mali del continente sarebbero dovuti (a dipendenza di chi parla) all'euro, al liberalismo, all'allargamento verso est, agli "eurocrati", al fantasma dell'adesione turca. Cose indicibili fino a poco fa adesso vengono pronunciate come nulla fosse, che siano vere (non si costruisce un futuro né ci si prepara alle sfide globali spendendo due quinti del budget in sussidi all'agricoltura) o pura demagogia (la proposta della Lega di reintrodurre la lira). Si sente un forte ritorno delle nazioni, e anche di venature di nazionalismo.

Insomma, l'Unione Europea è in crisi. Presa alla sprovvista dal "no", priva di un "piano B" (il che di per sè dimostra quanto abissale sia oggi la mancanza di leadership e di immaginazione a Bruxelles e nelle capitali dei maggiori paesi dell'Unione). Divisa fra quelli che descrivono un "modello sociale europeo" da salvaguardare quasi fosse giunto al suo stadio di perfezione (ma nessun modello è mai compiuto, le istituzioni non possono che evolvere continuamente adattandosi al loro ambiente, o decadere; e non è neppure "sociale", visto che lascia senza lavoro un europeo su dieci), e coloro che guardano a domani e parlano di riforme e modernizzazione.

Sì, difficile rimanere europeisti. L'EU ha molti difetti e li sta mostrando tutti. Soffre di un marcato deficit democratico. E' stata troppo a lungo un esercizio tecnocratico. Ha privilegiato l'allargamento geografico a scapito dell'approfondimento istituzionale. Ha mostrato una preoccupante incapacità di capire i timori e rispondere alle ansie provocate dal processo di globalizzazione.

Ma l'Europa ha bisogno di una EU solida, più credibile agli occhi dei suoi stessi cittadini, con la partecipazione attiva di tutti. Perchè nel contesto odierno, dove l'orizzonte quotidiano spazia da Siena a Shanghai a San Paolo, i governi non hanno più il monopolio dei problemi dai quali dipende il futuro dei loro paesi. Ha ragione Tony Blair: questa crisi non poteva arrivare ad un momento migliore per spingere l'Unione verso una genuina rivoluzione culturale e il rilancio dell'economia e dell'impiego. E Blair, guarda caso, dall'altroieri ne è il presidente di turno (guidando nel contempo il G8).

Sia detto fra parentesi a chi, in Svizzera, esulta per le difficoltà dell'EU: non c'è nulla per cui gioire. Anche nel nostro piccolo stiamo vivendo un simile declino e stiamo dimostrandoci incapaci di definire delle priorità e condurre le stesse, indispensabili riforme. Persino nella crisi siamo già eurocompatibili.

(copyright 2005 Bruno Giussani)
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