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"Universale" ma anche "ticinese"
Lettera aperta al presidente del Festival Internazionale del Film di Locarno, Marco Solari, su una questione piccola, ma non futile.
di Bruno Giussani
13 agosto 2005
Caro Marco,
complimenti. Per il successo del Festival, che si chiude oggi, e per i (meritati) ritratti di più pagine che ti hanno dedicato molti giornali svizzeri ("Il ticinese universale" e altri titoli simili).
Io, quest'anno, al Festival non ci sono venuto. Peccato, mi dirai. In tutta amicizia, vorrei spiegartene la ragione. Piccola ma, credo, non futile. Mi ha molto infastidito l'assenza della lingua italiana nel cartellone della Piazza Grande. Non un solo film parlato (e neppure uno sottotitolato) in italiano.
Che in concorso vi fosse una sola opera italiana non mi ha scioccato. Al contrario: ciò ben rappresenta i luoghi della creazione cinematografica contemporanea. Che nelle altre sezioni i film italiani fossero pochini, è normale. L'assenza dell'italiano in Piazza m'è parsa invece scandalosa. Io parlo quattro lingue, quindi i film avrei potuto vedermeli comunque. Ma – e, con l'onestà intellettuale che ti conosco, lo ammetterai anche tu - quel che è successo quest'anno in Piazza non è molto diverso da quell'aneddoto che racconti tu stesso nell'ultimo numero del settimanale "L'Hebdo". Quello della cena a casa Thyssen anni fa, durante la quale uno dei ricchi commensali ti fece notare che i magnifici quadri appesi alle pareti erano al loro giusto posto, in un salone privato, riservati a quelli che li capiscono. "Un tale disdegno della gente mi aveva disgustato". Parole tue, e collera condivisibile.
Sennonché i ticinesi che parlano soltanto l'italiano, o che non padroneggiano francese o tedesco a sufficienza per leggere sfreccianti sottotitoli, quest'anno non hanno potuto entrare in quel "salone privato" che è diventata Piazza Grande. Usava, il Festival (e così è stato ancora l'anno scorso), garantire almeno una o due proiezioni in Piazza in lingua italiana, proprio per "aprire" il "salotto popolare". Quest'anno, no. Lo so, il Festival è un evento di respiro internazionale, e così deve essere, e lo fa molto bene; ma pare aver dimenticato che è anche espressione di un territorio e di una cultura.
Questa dialettica fra identità e globalismo, fra radici e ambizioni è complessa ma fondamentale in questo Canton Ticino turbato, che si straccia le vesti ciclicamente sullo stato dell'italiano in Svizzera. Sembriamo pronti a indignarci soltanto quando "l'offesa" alla lingua italiana è opera di altri (il Consiglio Federale che nomina un portavoce italognorante, o un'università romanda che abolisce la cattedra di italiano), non quando è farina del nostro sacco. L'assenza dell'italiano in Piazza Grande sarebbe quasi passata sotto silenzio nella stampa, infatti, non fosse stato per la denuncia estiva di un granconsigliere, Norman Gobbi. Permettimi di dire che le spiegazioni offerte dai tuoi collaboratori sono state poco convincenti ("non è stato possibile trovare buoni film in italiano”), altezzose ("la lingua ufficiale del Festival è il francese”: da quando la sensibilità culturale è monoglotta?) e anguste ("sottotitolare i film per una sola proiezione costa troppo": ti ricordo che il Festival è co-finanziato da soldi pubblici).
Certo, in termini di numeri e incassi, che si proietti o no un film in italiano non fa differenza: la Piazza è piena comunque. Occupato com'eri, ti sono però forse sfuggite un paio d'altre cifre, non scientifiche ma interessanti: sul sito di TicinoOnline, sollecitati a scegliere fra te e Irene Bignardi da un lato e Gobbi dall'altro, alcune dozzine di ticinesi hanno votato per voi, e alcune migliaia per lui.
Caro Marco, sii "universale" ma anche "ticinese", e l’anno prossimo riapri quel salone per permettere a tutti di vedere i quadri.
Con amicizia, e a presto, Bruno.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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