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Harry Potter, favola e metafora dell'oggi
La narrativa fantastica del sesto volume della saga del maghetto è pervasa dalla stessa inquietudine che viviamo noi.
di Bruno Giussani
21 agosto 2005
Come milioni di altre persone ai quattro angoli del mondo, durante le vacanze ho letto il sesto episodio della saga di Harry Potter, "Il principe mezzosangue" (uscito in inglese un mese fa, versione italiana in preparazione). Come i volumi precendenti, è un libro ben scritto ed efficacemente costruito, che ti cattura alle prime pagine e non ti molla più.
Non mi pare il caso di svelarne la trama, per non togliere il piacere dell'intrigo a chi ancora non l'ha letto (anche se i giornali ne hanno parlato, e ci sono riassunti a disposizione sull'internet). Almeno un aspetto, tuttavia, merita di essere esposto: più di ogni episodio precedente, HP6 (come i fan chiamano questo sesto volume) non è solo una favola: è una metafora della nostra era.
Le storie popolari spesso lo diventano perchè rispecchiano le paure e le speranze del loro tempo. Questo libro sembra ricalcare pagina dopo pagina le ansie del dopo-11 settembre. Nelle pagine di HP6, la comunità dei maghi e delle streghe vive nella paura proiettata dal diabolico e quasi invisibile Voldemort e dal sempre più intenso attivismo malvagio dei suoi sostenitori. Aprono il giornale, i maghi, per scoprirvi chi è stato ucciso o arrestato il giorno prima (come noi accendiamo la TV per sentire di un ennesimo attentato, e nella speranza che non ve ne siano stati); ritirano i figli da scuola per tenerli al sicuro in casa (la nostra esitazione a volare); accettano limitazioni alla libertà in nome della sicurezza (ad Harry non è permesso di lasciare la casa nella quale trascorre le vacanze); il sistema politico, rappresentato nel libro dal "Ministero della magia", si preoccupa più di gestire la propria immagine che di affrontare il problema (e gli esempi contemporanei, qui, potrebbero occupare pagine intere).
La narrativa fantastica di HP6 è pervasa dalla stessa inquietudine che viviamo noi. Ciò ne spiega, almeno in parte, la popolarità tanto fra gli adulti quanto fra i giovani e giovanissimi. Sono trascorsi quattro anni dall'11 settembre, e l'aria stessa è cambiata. La minaccia terroristica ora sembra quasi parte della normalità, un ingrediente eccentrico ma progressivamente addomesticato del quotidiano. Dopo l'attentato del 7 luglio scorso sono stato due volte a Londra ed ho viaggiato in metropolitana e bus, e malgrado siano entrambi pieni come prima (perchè la vita continua) si sente e si vede il disagio generale: la vena di timore negli occhi dei passeggeri quando sale uno dalla pelle scura con uno zainetto, il modo nel quale tutti si scrutano vicendevolmente.
In HP6 c'è un altro tema sotterraneo che riflette la nostra realtà: quello della necessità, talvolta, di fare delle cose che "devono" essere fatte, anche se sono molto difficili. Di assumersi delle responsabilità. Di osar dire cose anche spiacevoli, quelle che nessuno vorrebbe sentire (non si può evitare di pensare a Oriana Fallaci).
E attraverso tutto il libro è molto presente, in un ruolo sempre più ambiguo, il professor Piton (Snape nella versione inglese), che ha forse stretto un patto col diavolo (Voldemort), ma forse no, prigioniero di due lealtà contrapposte (il libro rivela anche stralci del passato di Piton). Immagino che possa trattarsi dello stesso conflitto interiore che forse porta talvolta un figlio d'immigrati, nato e cresciuto e educato in una città europea, a lasciare la vita "normale" e scegliere la via della bomba nello zainetto. E' una linea sottilissima. Nessuno capisce veramente perchè taluni la varcano. Ed è proprio questa la sorgente della nostra “normale” inquietudine.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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