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Katrina e i paradossi del prezzo del petrolio
Abituiamoci all'idea della benzina cara. Perchè dietro le crisi politiche e le catastrofi naturali la domanda continua a crescere.
di Bruno Giussani
4 settembre 2005
Un franco e ottanta per un litro di benzina? Due franchi? Cento dollari per un barile di petrolio? Sono cifre che ormai non sembrano più così lontane e improbabili. E' verosimile che le raggiungeremo in un futuro prossimo. Abituiamoci all'idea, anche se pare difficile considerarle "soglie psicologiche" (oltre le quali si innescherebbe un meccanismo di modifica dei comportamenti di consumo), visto il numero di simili "soglie" simboliche che abbiamo raggiunto e superato senza battere ciglio negli ultimi due anni. Flashback: il barile di petrolio costava 10 dollari nel 1998, 28 nel 2003. In agosto ha superato i 70 dollari. Tutti si lamentano, ma quanti ne conoscete che hanno riprogrammato le vacanze viaggiando in treno invece che in auto o in aereo?
Il continuo aumento del prezzo del petrolio va ricondotto a una serie di concause: l'incertezza politica in molti paesi produttori, a cominciare dal principale, l'Arabia Saudita, passando per il Venezuela, ovviamente l'Iran e l'Irak, l'Ecuador e la Nigeria; i mancati investimenti in raffinerie e impianti durante l'ultimo ventennio; la speculazione finanziaria. Ma alla base del problema c'è la crescita incessante della domanda: la sete di benzina e gasolio degli Stati Uniti (che consumano oltre un quarto del petrolio mondiale) e dell'Europa non accenna a calmarsi, quella della Cina e dell'India e di altri paesi non fa che accentuarsi. Il consumo di petrolio nel mondo è cresciuto del 3,4 per cento l'anno scorso (l'aumento più forte dal 1978). E tutto ciò in un contesto dove nell'ultimo paio di decenni è stato estratto più petrolio di quanto ne sia stato scoperto in nuovi possibili giacimenti (e dove compagnie petrolifere come Shell hanno rivisto sensibilmente al ribasso le riserve che consideravano acquisite).
L'attualità ci indica che stiamo vivendo l'inizio della fine dell'era del petrolio abbondante e a basso costo. Qualcuno ha calcolato che in novembre vivremo l'"oil peak day", la giornata di più forte produzione, eppoi si andrà in discesa. Certo, abbiamo sentito quest'affermazione anche in passato. Ma in passato mai un uragano caraibico (anche se Katrina è stato spaventosamente fuori norma) bloccando temporaneamente il due o tre per cento della capacità di produzione e raffinazione mondiale aveva suscitato una simile impennata del prezzo del greggio. Ciò significa che il mercato è diventato inflessibile. In passato una simile flessione veniva tipicamente compensata da un aumento della produzione saudita. Ma anche l'Arabia ha i suoi problemi: la maggior parte del suo petrolio viene da una decina di campi petroliferi (fra i quali il più grande al mondo, Ghawar) aperti oltre quarant'anni fa e che hanno ormai dato la maggior parte del greggio facile da estrarre.
Ci sono due paradossi in questa situazione. Il primo è che solo una recessione economica globale potrebbe rallentare la corsa del prezzo del greggio: una cura peggiore della malattia. Il secondo è che siamo ormai testimoni quotidiani dello sbilanciamento climatico del pianeta, ma l'unica preoccupazione collettiva sembra essere il contenimento del prezzo del petrolio (bel circolo vizioso) anziché misure atte a diminuire i consumi e seriamente sviluppare fonti energetiche alternative. Eppure c'è urgenza: secondo gli esperti le riserve di greggio conosciute basteranno per 30 o 40 anni. Sembra un lungo periodo, invece è cortissimo: appena quanto basta per ri-immaginare e ristrutturare un sistema economico oggi interamente basato sul petrolio.
(copyright 2005 Bruno Giussani)
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