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Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
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"Giovani leaders" e diplomazia parallela

Annotazioni sui sessant'anni della Fondazione Americano-Svizzera (e dell'ONU).

di Bruno Giussani
18 settembre 2005

Mercoledì 14 settembre a New York la temperatura atmosferica era all'afa estiva, e la temperatura politica molto elevata: oltre 170 capi di Stato erano riuniti al palazzo delle Nazioni Unite per l'apertura di un vertice di tre giorni dedicato alla discussione della riforma (tanto necessaria quanto, purtroppo, timida) dell'ONU. Fra loro anche il Presidente della Confederazione, Samuel Schmid, col quale ho avuto occasione di partecipare ad una cena di gala, la sera precedente in un club di Manhattan, su invito della Fondazione Americano-Svizzera.

La Fondazione ha la stessa età dell'ONU: 60 anni. L'atmosfera era quindi alle celebrazioni e alla cautela diplomatica, per cui discorsi e discussioni durante la cena non hanno brillato per creatività. Schmid ha cercato di spiegare ai commensali, in un inglese un po' stentato, quanto siano buoni i rapporti fra i due paesi e come il Consiglio Federale intenda svilupparli attraverso, fra l'altro, un accordo di libero scambio (discussioni esplorative sono iniziate la settimana scorsa). Non lo avevo mai incontrato prima e, ascoltandolo, Schmid mi è parso un onest'uomo che ha a cuore gli interessi del paese.

Malgrado gli alti e bassi (vedi l'affare degli averi dell'Olocausto e, più recentemente, la guerra in Irak) i rapporti fra Svizzera e Stati Uniti sono effettivamente ottimi e profondi. Storicamente, i due paesi hanno trovato ispirazione ciascuno nelle istituzioni dell'altro: la Costituzione elvetica del 1848 è stata ispirata dalla Costituzione americana; pochi anni dopo, gli americani presero in prestito gli strumenti della democrazia diretta svizzera. Economicamente, gli USA sono (dopo la Germania) il secondo mercato per il "made in Switzerland", mentre esportano più merci e servizi verso il nostro paese che non verso India e Russia combinate. Nel censimento 2000, oltre un milione di cittadini americani hanno dichiarato d'avere "radici svizzere".

Ma anche i buoni rapporti vanno coltivati. E' il compito della Fondazione Americano-Svizzera, creata nel 1945, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. La posizione di neutralità elvetica durante il conflitto aveva suscitato incomprensioni e necessitava d'essere spiegata.

La Fondazione ha sviluppato legami politici e programmi culturali, e da quindici anni organizza la "Young Leaders Conference", la "conferenza dei giovani leaders". Ogni anno una ventina di americani fra i 30 e i 40 anni (politici emergenti, membri dell'amministrazione, dirigenti di organizzazioni non-profit, accademici, imprenditori, giornalisti) vengono invitati a trascorrere una settimana con un gruppo di svizzeri dalle biografie simili. Viaggiano assieme attraverso il paese visitando Palazzo Federale, il Politecnico, la Croce Rossa, il cantiere AlpTransit o aziende piccole e grandi; incontrano politici e imprenditori; confrontano idee e visioni; gustano piatti tipici; salgono sul Rigi o sull'Aletsch; e tornano a casa con dei contatti personali e una conoscenza della Svizzera che molto probabilmente non avrebbero altrimenti mai acquisito.

Ero uno degli "Young Leaders" svizzeri nel 2003. Alcuni degli americani conosciuti durante quella settimana sono diventati amici, e ci incontriamo regolarmente. Mentre assurgono a posizioni di rilievo nella vita pubblica e nella società americana, il loro interesse per la Svizzera, e la conoscenza dell'attualità del nostro paese, ho l'impressione, rimangono vivaci. Sono entrati a far parte di una rete diplomatica parallela e informale che il lavoro della Fondazione ha contribuito negli anni a creare, e di cui la Svizzera non può che beneficiare.

(copyright 2005 Bruno Giussani)
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