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Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
(Articles on Technology and Economy: follow this link)

Elogio del "meglio Stato"

Quando i cittadini dicono: non vogliamo aumenti delle tasse, ma neppure una diminuzione delle prestazioni dell'ente pubblico.

di Bruno Giussani
16 ottobre 2005

Praticamente tutti i governi dei paesi europei, tanto a livello nazionale quanto regionale, sono confrontati con un'equazione apparentemente impossibile.

Da un lato, le finanze pubbliche stanno sempre peggio: anche laddove la matematica dei debiti sembrerebbe rassicurante, è difficile intravvedere come e quando potranno essere ripagati. D'altro canto, i cittadini dicono sempre più esplicitamente (vedi le elezioni in Germania): non vogliamo aumenti delle tasse, ma neppure una diminuzione delle prestazioni dell'ente pubblico. Cari governanti, sbrogliatevela voi: vi abbiamo eletto perchè avete detto di conoscere la soluzione dell'equazione.

Il dibattito è aperto dappertutto: litigi sul budget nell'Unione Europea; manovre fiscali in Italia; Germania divisa a metà.

La Svizzera non è da meno: chi, come me, torna da un viaggio e legge d'un fiato i giornali delle ultime settimane, si trova sotto gli occhi la stessa sterile discussione, impersonata dal consigliere federale Merz che vorrebbe tagliare il 20 per cento del budget della Confederazione e migliaia di posti di lavoro, alla quale reagisce (sì, respira ancora) il suo collega Leuenberger definendola inaccettabile. O, a livello ticinese, le proposte dell'UDC silurate dagli altri partiti ancor prima di averle lette e il modestissimo "pacchetto" governativo.

Tutto si riassume nel trito dibattito "più Stato o meno Stato", e naturalmente ogni discussione lungo questo asse è destinata al fallimento, proprio perché (per dirla in modo schematico) i cittadini non vogliono né uno né l'altro: né un aumento delle tasse, né una diminuzione delle prestazioni.

Quel che chiedono è un "meglio Stato".

Quel che chiedono è di passare ad un altro dibattito. Di prendere sul serio la questione della riforma dei compiti dello Stato, smettendo di interpretarla solo come esercizio contabile (rovesciando oneri sui Comuni, come in Ticino, o sopprimendo posti di lavoro, vedi Merz) o come una battaglia di posizione ("indispensabile risanamento dei conti" contro "irrinunciabile mantenimento dei diritti acquisiti"), ma aprendo invece un'altra dimensione. Affrontando la questione del ruolo dello Stato in una società moderna in modo, appunto, moderno e creativo: riconoscendo che, se la globalizzazione rappresenta una minaccia per la prosperità del paese, la giusta risposta non consiste nell'ignorarla sperando che scompaia, e neppure nel protezionismo, ma piuttosto in una riforma qualitativa e senza paure del quadro politico, amministrativo, educativo ed economico, per renderlo più competitivo, innovativo ed efficace. Il che, contrariamente a quanto auspicano gli uni e temono gli altri, non significa lavorar di più per guadagnar di meno.

Le amministrazioni federale e cantonali, un tempo proattive ed efficaci, sono diventate modelli di burocrazia sulla difensiva e senza immaginazione, con "clienti" scontenti a tutti i livelli, prigioniere di procedure obsolete, farcite di uffici che non hanno più ragion d'essere mentre d'altro canto non trovano le risorse per svolgere nuovi, necessari compiti. La ricetta non sta nel licenziare, alla Merz: sta nel ridefinire la missione di quei funzionari in modo che possano lavorare su quanto sarà importante domani, invece che guardare nel retrovisore, e che lo facciano meglio (obiettivo possibile: ridurre di metà i tempi di tutte le procedure pubbliche).

Fintanto che la retorica del "più" o "meno" (Stato) non lascerà posto a una dialettica del "meglio" il mondo andrà avanti e noi rimarremo sul posto. Poi si dirà che è tutta colpa della globalizzazione.

(copyright 2005 Bruno Giussani)
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