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La Svezia vuole essere totalmente "rinnovabile"
Obiettivo: eliminare la dipendenza dal petrolio entro il 2020 - ed esportare tecnologia "alternativa".
di Bruno Giussani
5 febbraio 2006
E’ senza dubbio una delle notizie più ingiustamente ignorate dello scorso anno: la Svezia (9 milioni di abitanti) intende finirla con la dipendenza dal petrolio entro l’anno 2020 e “basarsi interamente sulle energie rinnovabili”.
Lo ha scritto il ministro per lo sviluppo sostenibile, Mona Sahlin, in ottobre, dopo che l’uragano Katrina aveva danneggiato una parte delle capacità di estrazione e raffinazione di petrolio nel Golfo del Messico e il prezzo del barile era andato alle stelle. L’intenzione svedese è resa ancor più attuale dall’uso politico che la Russia sta facendo dei suoi giacimenti di gas (tagliando le forniture all’Ucraina e creando incertezza in tutta Europa) e dalla situazione sul mercato del petrolio. Sahlin, nell’articolo che è disponibile sul sito del governo svedese (sweden.gov.se), afferma chiaramente l’obiettivo politico: “la creazione delle condizioni necessarie per eliminare la dipendenza della Svezia dalle fonti d’energia fossile entro il 2020”.
E’ un obiettivo ambizioso, che dovrebbe essere perseguito fra l’altro attraverso misure come gli incentivi fiscali per la conversione di case private alle energie rinnovabili (ma “il settore pubblico deve dare il buon esempio”, per cui anche gli stabili pubblici saranno riconvertiti); l’incitamento all’uso più generalizzato delle energie rinnovabili e di combustibili “verdi” per i trasporti (è, ammette Sahlin, “una grande sfida”); il rapido incremento delle risorse per la ricerca nei settori legati alla “società rinnovabile”; gli investimenti in sistemi di riscaldamento comuni a livello locale. Si tratta ovviamente soltanto di idee di base, che dovranno essere tradotte in leggi quest’anno.
C’è tuttavia un interessante corollario. Sahlin scrive che una Svezia senza combustibili fossili “ci darebbe grandi vantaggi”, ma non parla soltanto di minor inquinamento: parla soprattutto della “opportunità di diventare un modello a livello internazionale e di esportare tecnologie sui mercati delle soluzioni energetiche alternative”. In altre parole, il governo svedese pensa alla questione non soltanto in termini energetici e ambientali, ma anche in termini di business: questo è un investimento. La fame di energia del mondo non si placherà; le fonti rinnovabili saranno un’industria in forte crescita; e la Svezia, usando se stessa come terreno di sperimentazione, intende diventare un leader in questo settore.
Gli svedesi non sono i soli a pensarla così, su al nord. Nel 1973 la Danimarca (5.5 milioni di abitanti) dipendeva al 98 percento dalle importazioni di petrolio. Una serie di misure per migliorare l’efficienza delle costruzioni e per incoraggiare il contenimento dei consumi, e investimenti massicci nello sviluppo di energie “pulite”, hanno condotto il paese oggi a ricavare oggi il 21 percento del suo fabbisogno da una sola fonte rinnovabile: il vento (informazioni prese da Worldchanging.com, un sito che si occupa di queste cose).
Certo, una parte della sua indipendenza energetica la Danimarca la cerca perforando i fondali del Mare del Nord alla ricerca di petrolio. Ma ha anche impegnato un miliardo e mezzo di franchi nello sviluppo dell’idrogeno, dell’energia solare e di quella delle maree.
Risultato: la Danimarca oggi esporta energia, e soprattutto esporta tecnologia di punta nel settore dell’energia eolica: turbine, elettronica e altri sistemi per un valore di cinque miliardi di franchi l’anno. Il settore dà lavoro a 23'000 persone (per paragone, nel canton Zurigo circa 45'000 persone lavorano nel settore bancario e finanziario) ed è in forte crescita.
(copyright 2006 Bruno Giussani)
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