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Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
(Articles on Technology and Economy: follow this link)

Dalla canna da zucchero il carbone "verde"

Non tutte le soluzioni devono essere grandiose: Amy Smith e i suoi studenti immaginano risposte semplici a problemi che toccano molta gente.

di Bruno Giussani
16 aprile 2006

Quando si guarda una fotografia aerea di certi tratti del confine fra la Repubblica Dominicana e Haiti, due paesi che si dividono l'isola di Hispaniola nel mar dei Caraibi, salta subito all'occhio una differenza inquietante: la parte est (dominicana) dell'immagine appare verde, ricoperta di vegetazione, mentre il settore ovest (haitiano) sembra un deserto.

Haiti è il paese più povero dell'emisfero nord, e la gente taglia gli alberi per produrre carbone e cucinare, il che mette in moto un circolo vizioso di deforestazione, esaurimento delle risorse, erosione del suolo, siccità e altro ancora.

Amy Smith dirige il D-Lab (dove "D" sta per "development, design, dissemination": laboratorio per lo sviluppo, la creazione e la disseminazionee d'idee) dell'Istituto di tecnologia del Massachussetts, uno dei più avanzati al mondo, basato vicino a Boston. Smith si occupa di immaginare soluzioni semplici e ingegnose a problemi che toccano molta gente nelle regioni più povere – perchè non tutte le soluzioni devono necessariamente essere grandiose e complesse per essere efficaci. Studia sistemi per purificare l'acqua, metodi per produrre combustibili a partire da scarti vegetali, e si occupa di microfinanza, microimpresa, e altre cose simili.

Negli ultimi mesi per esempio, ha lavorato allo sviluppo di un combustibile alternativo che gli haitiani potrebbero usare per cucinare, anzichè continuare a tagliare foreste. "E' importante cercare le soluzioni all'interno della comunità, nel contesto della realtà e delle risorse locali", ha spiegato durante la conferenza TED, che si è tenuta nel febbraio scorso in California (www.ted.com). Smith ha raccontato come con i suoi studenti ha individuato un modo per utilizzare le scorie della raffinazione della canna da zucchero – chiamate "bagas" – e farne delle brichette di carbone. Mettendo le "bagas" in una fornace di fortuna ricavata da un barile, e rimuovendo l'aria, esse vengono ridotte in una fine polvere. Mescolandola con la pasta di manioca e comprimendola, si producono le brichette.

Lo stesso principio dell'attenzione alle risorse locali Amy Smith l'ha applicato in India, dove è diffusa l'utilizzazione come combustibile domestico di sterco di mucca, che crea molto fumo (e problemi respiratori a milioni di bambini). Esaminando altri combustibili a biomassa hanno scoperto che la paglia di grano, tenuta assieme da pochissimo sterco, potrebbe costituire un'alternativa più "pulita". Ma le prime brichette così prodotte non duravano molto a lungo e tendevano a sbriciolarsi, per cui non hanno avuto molto successo. Fino a quando gli studenti non hanno provato a comprimerle, col risultato che ora sono più efficienti del carbone disponibile commercialmente.

In Ghana, Smith e gli studenti hanno sperimentato con un approccio persino più semplice: la produzione di carbone riciclando il tutolo delle pannocchie di granoturco, che non necessita di essere compresso ed è "naturalmente brichettato", dice Smith. Ne prende alcuni pezzi dalla tasca e li mostra con orgoglio, "perchè stiamo veramente facendo una differenza nella vita quotidiana della gente in questi paesi".

In tutti questi casi, aggiunge, un approccio giudizioso può avere impatti positivi tanto sul piano ambientale che su quello sanitario – senza contare che a Haiti per esempio l'idea delle "bagas" trasformate in combustibile sta creando una specie di mercato energetico parallelo, con interessanti risvolti economici. "Anche se rimarranno agricoltori", dice Smith, "ma forse potremo aiutarli a non essere più agricoltori poveri".

(copyright 2006 Bruno Giussani)
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