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Dietro le quinte del "Codice Da Vinci"
La testimonianza di Dan Brown al processo londinese per plagio offre una risposta parziale alla domanda: "come nascono le idee?"
di Bruno Giussani
7 maggio 2006
Un paio di settimane fa, un giudice di Londra ha sentenziato che Dan Brown non ha copiato le idee e la struttura del suo romanzo "Il codice Da Vinci" da un altro libro pubblicato in precedenza, scritto dagli inglesi Michael Baigent e Richard Leigh – anche se lo ha letto (cosa che peraltro lo scrittore americano non ha mai nascosto: uno di personaggi del suo libro porta il nome Leigh Teabing, anagramma di Leigh Baigent).
Il processo è durato tre settimane, e Brown vi ha partecipato in qualità di testimone di difesa ("imputata" era al sua casa editrice, Random House). Brown è un tipo molto riservato. Soprattutto dopo il successo inverosimile del "Codice" ha concesso solo rarissime interviste. Per le necessità processuali tuttavia, Brown ha preparato un lungo "witness statement", una testimonianza scritta. Era intesa per la Corte e non per il pubblico, ma un quotidiano di Londra ha avuto la bella idea di pubblicarne la trascrizione completa. Non è una lettura coinvolgente come i suoi thrillers, ma offre moltissimi dettagli, spesso inediti, sulla vita dello scrittore e sul suo lavoro. In attesa che esca il film tratto dal "Codice" (19 maggio) o fra una mostra e l'altra dedicata a Leonardo Da Vinci (ce n'è una in corso al Castello Sforzesco di Milano, e un'altra aprirà in settembre al Victoria and Albert Museum di Londra) o aspettando il prossimo libro di Brown "The Solomon Key" (2007), questo schizzo autobiografico potrà interessare ai fan, ai curiosi, e naturalmente agli scrittori (o aspiranti tali) che vogliono capire come lavora uno che sta in cima alle classifiche della narrativa mondiale da un paio d'anni.
(Il "Codice", sia detto per inciso, è molto controverso per la sua tesi romanzesca della discendenza di Cristo. A prescindere da ciò, dal punto di vista letterario molti lo considerano un racconto scarsamente sofisticato, scritto per un pubblico dai gusti facili. Personalmente, l'ho trovato accattivante, molto ben costruito, e una buona lettura).
Nel testo presentato alla Corte (60 pagine, se leggete l'inglese, lo potete scaricare qui) Dan Brown parla della sua infanzia, dell'influenza paterna (matematica) e materna (musica), del suo tentativo fallito di far carriera come cantautore a Los Angeles, dei primi scritti, dello scarso successo dei suoi romanzi precedenti che, promossi male dagli editori, sono rimasti confidenziali fino a quando non hanno beneficiato del traino del "Codice da Vinci". In un passaggio Brown racconta come poco prima di iniziare a scrivere il "Codice" avesse anche pensato di smettere con la scrittura.
Ma le parti più interessanti sono quelle nelle quali Brown descrive il tragitto che ha condotto alla stesura del "Codice", come i vari tasselli dell'intrigo prendono forma e si inseriscono uno nell'altro: la ricerca (fatta a quattro mani con sua moglie, viaggiando molto e usando spesso l'Internet), gli spunti, la disciplina (si alza ogni mattina alle 4 per scrivere), i dubbi, la riscrittura e l'abbandono di molto materiale ("la parte più importante dell'essere romanziere: per ogni pagina rimasta ne ho probabilmente scritte dieci che sono finite nel cestino"), l'importanza delle "zone grigie" (fra scienza e religione), la scelta di "strumenti narrativi" come codici e numeri, la definizione dei personaggi, l'importanza dei luoghi e dei nomi, gli errori e le correzioni di rotta.
In sostanza nel documento Brown offre una risposta parziale alla domanda: come nascono le idee? E le sue sono idee da 40 milioni di copie.
(copyright 2006 Bruno Giussani)
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