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Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
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Uno sguardo cinese sulla Svizzera

Il giornalista Liu Jun è nato un primo agosto e racconta la Svizzera a milioni di cinesi

di Bruno Giussani
14 maggio 2006

Liu Jun utilizza volentieri le metafore. "Sono una gallina cinese che fa delle uova svizzere", dice. Un centinaio d'uova all'anno, per essere precisi, sotto forma d'articoli, reportages e fotografie sull'attualità elvetica pubblicati nel "Guangming Daily", il quotidiano cinese del quale è corrispondente a Ginevra – e che ha tanti lettori quanti sono gli abitanti della Svizzera.

Jun parla francese senza accento, un buon tedesco, e un po' d'italiano (e inglese, e russo). Ha pure pubblicato in Cina diversi libri sulla Svizzera e tradotto autori come il ginevrino Gilbert Etienne. A 42 anni, sposato e padre di una figlia, è al suo secondo turno di corrispondenza da Ginevra, dove aveva già vissuto dal 1994 al 1998. Come una mezza dozzina di suoi colleghi, "copre" per il suo giornale anche le attività delle agenzie delle Nazioni Unite, ma la sua passione è l'attualità svizzera: "sono nato un primo agosto", m'informa quasi a suggerire una predestinazione - è la data della festa nazionale.

I suoi articoli parlano della Landsgemeinde di Appenzello, dei rapporti con l'Europa o della recente marcia delle Guardie Svizzere da Bellinzona al Vaticano: "i miei compatrioti sono molto interessati alla Svizzera, al modo nel quale il paese è gestito, alla sua grande diversità, alle attività delle 600 imprese elvetiche che sono attive anche in Cina, alla protezione dell'ambiente", dice. Chiaramente ama la Svizzera, e quasi mai ne dice cose negative nei suoi articoli, non è nello stile del giornalismo cinese, "guardo piuttosto a quel che potrebbe offrire ispirazione per il mio paese – salvo restando le proporzioni: siamo 200 volte più grandi e 240 volte più numerosi".

Liu Jun pensa che la statura internazionale della Svizzera "sia aumentata in questi ultimi anni", ma mette in guardia contro "una certa arroganza", contro la tentazione a prendersi troppo sul serio, e contro l'indebolimento di caratteristiche fondamentali per l'attrattività del paese, come la sicurezza e la pulizia.

Se l'industria turistica vuole veramente aprirsi ai cinesi (ce ne sono stati 110'004 l'anno scorso negli alberghi svizzeri, di cui 3062 in Ticino) dovrebbe "almeno imparare che per noi cinesi il tè è vitale!". Per farmi capire che la sua non è solo una battuta, ma piuttosto un invito ad interessarsi alle necessità specifiche dei clienti potenziali, Jun estrae dalla sua borsa un vaso contenente del tè. "Ne abbiamo sempre con noi, ma qui, se chiedo dell'acqua calda in un bar per riempire il mio vaso, mi fatturano due franchi: per un cinese è un insulto, il messaggio implicito è che gli svizzeri sono tirchi e scarsamente accoglienti".

Parliamo di esportazioni cinesi: "tutti sembrano vedere i televisori e i vestiti prodotti in Cina e venduti qui, ma nessuno parla degli orologi svizzeri ai polsi dei cinesi, o degli Airbus che volano nei cieli di Pechino".

E parliamo di democrazia. "Naturalmente ci sono dei problemi nel mio paese", dice, ma "per gestire un paese come la Cina una certa concentrazione del potere è necessaria". D'altra parte, continua senza peli sulla lingua, "il paradosso della democrazia svizzera è che ce n'è troppa, le discussioni vanno avanti all'infinito e anche quando tutti concordano sul problema è impossibile accordarsi sulla soluzione". Porta quale esempio la traversata del lago a Ginevra, un ponte o un tunnel che toglierebbe il traffico dal centro: "tutti la vogliono, ma nessuno la vuole nel suo comune, nel suo quartiere, o fatta in un certo modo o in un altro, se ne parla da trent'anni e ancora non c'è!".

Prima di dirci arrivederci, gli offro dell'acqua calda per il tè.

(copyright 2006 Bruno Giussani)
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