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L'industria "funzione nobile per il paese"
Una rinata acciaieria simbolo della reindustrializzazione di qualità, perchè "non potremo tutti essere bioingegneri o designers"
di Bruno Giussani
28 maggio 2006
Un piccolo e ancora fragile miracolo di reindustrializzazione sta prendendo forma in un grande vecchio rumoroso polveroso capannone a Bienne: un'acciaieria che era andata in fallimento nel 2004 sta risorgendo. Concentrandosi su prodotti specializzati e ad alta qualità, sta tenendo testa alla concorrenza di paesi meno cari come la Cina e la Polonia e altri ancora. In quest'era di ultraconcorrenza, quella di Stadler Stahlguss è una traiettoria insolita. E' stata messa in evidenza la settimana scorsa a Losanna, durante il "Forum des 100", una conferenza organizzata dal settimanale "L'Hebdo" (per il quale sono stato il moderatore).
La premessa centrale della conferenza era che se le tecnologie dell'informazione, la nanotecnologia, la biotecnologia, le innovazioni nella finanza e nei settori creativi certamente saranno essenziali nel definire il mondo del lavoro di domani, tuttavia "non potremo tutti essere bioingegneri o designers", come ha detto il direttore del settimanale, Alain Jeannet.
Un'affermazione che rispecchia la "necessaria reindustrializzazione della Svizzera" di cui il fondatore dello Swatch Group (20'000 dipdendenti), Nicolas Hayek, non smette di parlare: "la ricchezza non può essere creata senza "fare" delle cose; i servizi e la finanza da soli non possono sostenere un intero paese e dare a tutti un lavoro. L'industria è una funzione nobile per il paese - un'industria capace di cavalcare la nostra cultura e la nostra immaginazione".
Parlare di reindustrializzazione non significa propugnare ritorni al passato, ma piuttosto immaginare e costruire un'economia basata sull'innovazione, le competenze di punta, l'alta qualità, e quindi l'alto valore aggiunto.
Durante la conferenza, Beat Bolzhauser, il direttore dell'acciaieria di Bienne, ha raccontato come con la sua squadra sta ridando vita all'azienda e, puntando sulla qualità e l'efficienza, attirando nuovi clienti.
La reindustrializzazione passa anche dalla capacità di trasformare i risultati della ricerca scientifica in prodotti. Secondo Laurent Miéville, uno specialista ginevrino della questione, la Svizzera non fa abbastanza. All'università di Ginevra, per esempio, il 60 per cento del "transfer tecnologico" (scoperte scientifiche "trasferite" verso la commercializzazione) avviene con aziende straniere.
In generale, l'impressione lasciata dalla conferenza (dove hanno preso la parola anche Nelly Wenger, direttrice di Nestlé; Jean-Daniel Gerber, segretario di Stato all'economia; Jean-Paul Clozel, fondatore di Actelion; e altri imprenditori e politici) è che gli svizzeri sono troppo pessimisti sulla situazione del loro settore industriale. Secondo i risultati di un sondaggio presentato da Marie-Hélène Miauton, dell'istituto di ricerche demoscopiche MIS-Trend, gli intervistati sono convinti che non esista praticamente avvenire professionale nell'industria e che il settore sia "una storia passata". Altri sondaggi hanno registrato la stessa opinione.
Eppure la realtà è totalmente diversa: se l'industria svizzera ha perso 190'000 posti di lavoro negli ultimi 15 anni (attualmente ne conta circa 630'000) attraverso ristrutturazioni e fusioni, si è anche modernizzata ed è diventata più competitiva e, sorpresa, l'anno scorso ha creato 7000 nuovi posti di lavoro. E secondo l'economista del Credit Suisse Martin Neff, quest'anno ne aggiungerà altri 8000. Il segretario di Stato Gerber ha offerto un dato che riassume questo divario fra percezione e realtà: fino a un paio d'anni fa avevamo un deficit commerciale con la Cina; oggi esportiamo più di quanto importiamo.
(copyright 2006 Bruno Giussani)
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