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Globalizzazione al rovescio, dal "sud" verso il "nord"
Come l'espansione di aziende basate nelle economie in rapido sviluppo cambierà industrie e mercati
di Bruno Giussani
25 giugno 2006
Quelle già note sono poche: Mittal Steel, il gigante siderurgico indiano che sta cercando di comperarsi l'europea Arcelor; la cinese Lenovo, che ha comperato 18 mesi fa la divisione computers di IBM ed è ora sponsor olimpico; il cementificio messicano Cemex, presente in 50 paesi; le società di software indiane Wipro e Infosys.
Ma ci sono molte altre aziende nate e basate nelle "economie in rapido sviluppo" (ERS: Brasile, India, Cina, Russia, Messico, Turchia, ecc) che si stanno aggressivamente espandendo nel mondo. Si stanno globalizzando, ma al rovescio: dal "sud" verso il "nord". "Hanno leaders ambiziosi, costi ridotti, prodotti e servizi attrattivi, sistemi di produzione moderni, disciplina", hanno mezzi finanziari significativi, e "trasformeranno radicalmente industrie e mercati".
Queste citazioni sono tratte da un nuovo e illuminante rapporto del Boston Consulting Group, che ha analizzato l'emergere di questa nuova classe di imprese globali, studiandone 100 (il rapporto si trova su bcg.com).
Stranamente, l'impresa attualmente più mediatizzata (Mittal) non è inclusa nell'elenco. Ma scorrendo i nomi non si può evitare di pensare che presto, accanto ai marchi noti e immediatamente riconoscibili della Toshiba o della CocaCola ve ne saranno altri. Alcune di queste compagnie hanno intrapreso presto la via della globalizzazione e sono già leaders nel loro settore: Cemex è uno dei più grandi imprese cementiere al mondo; la brasiliana Embraco ha il 25 per cento del mercato globale dei compressori. Altre le hanno rapidamente seguite, come la cinese Haier (elettrodomestici) o l'indiana Ranbaxy (uno dei principali produttori di farmaci generici) o la cinese Pearl River Piano Group (nessuno produce più pianoforti di loro). C'è infine un gruppo di aziende che sono state attive finora soprattutto su scala regionale, ma adesso guardano oltre - per esempio l'egiziana Orascom, che ha comperato l'anno scorso l'operatore di telefonia mobile italiano Wind.
Le multinazionali occidentali naturalmente hanno dei vantaggi competitivi importanti: tradizione, innovazione e ricerca, marchio, brevetti, canali di distribuzione, clientela, controlli di qualità, managers capaci di muoversi internazionalmente, eccetera. Ma queste nuove imprese globali possono contare a loro volta su altri vantaggi. In particolare: costi contenuti (quello del lavoro nelle ERS è da 10 a 20 volte inferiore, il costo delle costruzioni e dei macchinari è pure molto ridotto) e regole meno stringenti; producono e vendono prodotti che attirano i consumatori attenti ai prezzi (e il low-cost, "basso prezzo", è un trend in forte crescita); hanno fabbriche e macchine moderne (in media 7.2 anni contro i 16.9 delle aziende americane); hanno accesso a un immenso bacino di manodopera (nel 2010 dalle università cinesi usciranno 800'000 ingegneri, matematici e tecnici, da quelle indiane 600'000, da quelle americane 12 volte di meno, da quelle europee chissà).
Il rapporto rivela che malgrado l'attenzione si sia focalizzata sui casi di acquisizione di imprese occidentali da parte di aziende delle ERS, l'80 per cento della loro crescita è avvenuta in realtà in modo "organico", attraverso le esportazioni e la creazione di succursali estere.
Così come le grandi aziende sud-coreane o giapponesi sono ormai fermamente globali, anche alcune di queste nuove imprese saranno presto nomi riconoscibili al primo colpo d'occhio. In Francia per esempio già sanno chi è Hisense, cinese: il più venduto marchio di televisori a schermo piatto.
(copyright 2006 Bruno Giussani)
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