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Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
(Articles on Technology and Economy: follow this link)

Il ruolo del "poeta ufficiale" americano

Nel paese della velocità e dell'hi-tech, un mandato per essere l'ambasciatore della poesia

di Bruno Giussani
19 novembre 2006

C'è qualcosa di affascinante e contemporaneamente paradossale nel fatto che gli Stati Uniti - ossessionati dalla velocità, stregati dalla tecnologia, motivati dal denaro - continuino a mantenere un'istituzione chiamata "il poeta ufficiale" (mia traduzione libera di "the poet laureate").

E' un titolo senza definizione chiara. Ogni anno un poeta è scelto dal direttore della Biblioteca del Congresso di Washington (la biblioteca di riferimento a livello mondiale). Riceve il titolo di "Consulente in poesia", un ufficio, un salario, e la copertura delle spese di viaggio. Da lui (o lei) ci si aspetta che faccia ciò che può per sostenere e diffondere la poesia: leggere opere e dare conferenze nei campus universitari e nelle scuole, incoraggiare gli americani a dedicare più tempo e attenzione alla poesia, eccetera. Secondo la descrizione ufficiale, il "poet laureate" deve essere il "simbolo dell'impulso poetico degli americani" e contribuire ad "innalzare la coscienza nazionale verso un miglior apprezzamento della scrittura e della lettura di poesia". Da cui si evince che non si tratta di una semplice sovvenzione alla creazione letteraria: è soprattutto un mandato per esprimersi in nome della poesia, per esserne l'ambasciatore.

Il laureato di quest'anno è Donald Hall, 77 anni, un personaggio che vive una vita piuttosto ritirata in una vecchia fattoria colma di libri nel New Hampshire (a nord di New York) e scrive a mano (non possiede computer e neppure una macchina per scrivere). Una vita che ben corrisponde allo stereotipo del "poeta contemplativo" ma che nel caso di Hall si traduce sulla pagina in un uso delle parole che sa essere severamente formale e talvolta semanticamente impetuoso.

Che l'America della "pop culture" continui a nominare "poeti ufficiali" potrebbe offrire un po' di ispirazione all'Europa che si considera culturalmente sofisticata, dove poeti e scrittori spesso ricevono (giustamente) borse di studio e sovvenzioni per sostenerli nella loro attività, ma poi generalmente si ricusano dal farsi carico del dovere - più vasto - di esprimersi in nome della loro arte e di contribuire a stimolarne il progresso.

Ogni "poet laureate" ricopre l'incarico secondo la sua personale sensibilità. Fu Joseph Brodsky durante il suo anno da "consulente" per esempio, a lanciare l'idea di pubblicare poesie negli aeroporti, nelle metropolitane, negli alberghi, e di promuoverle nei supermercati (di mettere la poesia nei luoghi dove va la gente, insomma, invece di farne una specie protetta mantenuta all'interno di circoli ristretti ed elitari), mentre Maxine Kumin iniziò una popolare serie di seminari per poetesse.

Le circostanze di un viaggio mi hanno offerto l'occasione di assistere ad una scena che mi ha fatto capire un po' meglio a cosa serve un "poeta ufficiale". Un paio di anni fa ho incontrato uno dei precedenti "poet laureates", Billy Collins. Eravamo all'università di Stanford, in California. Collins, che è un uomo calmo e dolce sulla sessantina, aveva appena finito di leggere alcuni versi in pubblico e di rispondere alle domande di un intervistatore. Mentre stavamo per stringerci la mano, una studentessa si è interposta fra di noi. Collins deve aver pensato che volesse un autografo, perchè ha estratto la penna dal taschino. Ma con un grande sorriso la ragazza gli ha chiesto: "posso abbracciarti?". Sorpreso, Collins ha esitato un attimo, poi ha sorriso a sua volta e fatto un cenno d'assenso col capo. La ragazza lo ha stretto fra le braccia dicendo: "adoro le tue poesie!".

(copyright 2006 Bruno Giussani)
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