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Federalismo globale
E se le grandi città diventassero agenti locali del cambiamento locale?
di Bruno Giussani
14 gennaio 2007
C'è questa convinzione diffusa che molti problemi sono talmente grandi e complessi e transfrontalieri (per esempio, la questione ambientale) che non possono più essere affrontati a livello nazionale, e che il solo modo per risolverli sia un approccio globale.
Il sindaco di Milano Letizia Moratti vede le cose altrimenti, ed la sua è una delle migliori idee che abbia sentito ultimamente. In realtà, dice, alcuni di questi problemi sono molto difficili da risolvere a livello internazionale o globale, perchè necessitano di misure forti che vengono rinviate, indebolite, snaturate, compromesse da lunghi negoziati fra istituzioni nazionali. Molti governi sono spesso bloccati dalla paura, dagli interessi economici, dalle elezioni a venire, e gli interessi sono molto divergenti.
Invece di spingere i problemi verso un contesto più vasto, allora, magari li si dovrebbe ricondurre ad uno più contenuto: la città. Cosa succederebbe se le grandi città iniziassero a sviluppare progetti e stringere accordi fra di loro per risolvere alcuni dei problemi del mondo? Se diventassero agenti locali del cambiamento globale? "Il ruolo delle città nel confronto globale è strategico", ha affermato Moratti alla recente conferenza Science and Technology in Society, che si è svolta in Giappone. E' ora, ha aggiunto, che le grandi città comincino ad agire come soggetti titolari di diritti e responsabilità di politica estera.
Una specie di "federalismo globale", insomma, inteso come l'opposto del "governo globale". "Il protocollo di Kyoto non è stato firmato da tutti i Paesi, perché a quel livello si ha una certa difficoltà a condividere politiche così impegnative", ha detto Moratti all'inviato del Corriere della Sera. "E' molto più facile sperimentare accordi in chiave ridotta. Le città, appunto". L'idea, insomma, è che le grandi città e le regioni, più che le nazioni e ie istituzioni internazionali, possano costituire il motore della soluzione ai problemi globali.
Se ricordo bene, lo scorso anno oltre 250 città americane, fra le quali Seattle e San Francisco, scontente della posizione attendista dell'amministrazione Bush sul riscaldamento del pianeta, hanno raggiunto un accordo per combattere localmente i gas a effetto serra. Più recentemente, il governatore della California Arnold Schwarzenegger ha adottato misure simili. Quindi non si tratta di una novità. Ma Moratti ha forse trovato la formula che stimola l'immaginazione - "federalismo globale" - e che offre un iniziale quadro teorico all'idea che se le città iniziassero ad agire come attori globali condividendo progetti di sviluppo sostenibile, mobilità e traffico, energie "pulite", gestione delle acque, eccetera, la somma di questi sforzi potrebbe costituire un progresso significativo, nella giusta direzione, anche senza politiche nazionali e trattati internazionali. Va aggiunto che spesso misure anche limitative prese localmente vengono accettate più facilmente.
Oltre al riscaldamento del pianeta vi sono altri esempi, di importanza variabile, di attivismo locale nei confronti di problemi globali. La città di New York per esempio ha recentemente vietato i cibi con grassi saturi nei ristoranti; a Londra hanno introdotto una tassa contro il traffico ("congestion charge") che sta ispirando simili misure un po' dappertutto; a Ottawa stanno studiando cosa si può fare a livello locale/regionale per prepararsi ad un'economia con meno - e, in seguito, senza - petrolio: un problema che nessuno (con poche eccezioni come la Svezia) sembra aver voglia di affrontare globalmente o a livello nazionale.
(copyright 2007 Bruno Giussani)
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