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Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
(Articles on Technology and Economy: follow this link)

L'impronta carbonica e i bollini ambientali

Un chilo di kiwi aerotrasportati dalla Nuova Zelanda all'Europa scarica 5 chili di CO2 nell'atmosfera.

di Bruno Giussani
18 febbraio 2007

Ho trascorso recentemente tre giorni a Londra, rimanendo sorpreso dal modo in cui i concetti di "impronta carbonica", "neutralità carbonica" e "compensazione carbonica" sono diventati, nello spazio di pochi mesi, molto comuni in Inghilterra. I giornali ne sono pieni, i telegiornali pure: la catena di supermercati Marks&Spencer vuole diventare "neutrale", cioè fare in modo di non inquinare, o comunque di compensare l'inquinamento che genera, per esempio piantando alberi; il concorrente Tesco annuncia l'intenzione di etichettare i prodotti in base al loro impatto sull'ambiente; il principe Carlo annulla le vacanze annuali a Klosters per evitare il viaggio in aereo (lo stesso principe è però criticato il giorno dopo perchè volerà a New York per ritirare un premio per il suo impegno ambientalista); specialisti spiegano come misurare la propria "impronta carbonica", cioè la produzione personale di anidride carbonica (CO2); si moltiplicano i "gruppi d'azione per la riduzione del CO2", i cui membri si impegnano volontariamente a misurare le proprie emissioni, diminuirle, e pagare delle penali se superano i limiti; continuano le discussioni sul "rapporto Stern" di ottobre, prima analisi credibile dei costi economici del cambiamento climatico, e su altri studi che indicano che le concentrazioni di CO2 stanno aumentando più del previsto; eccetera.

Interessante l'annuncio della Tesco (la Migros inglese): ha affermato che sta studiando il modo per mettere dei bollini su tutti i 70'000 prodotti che vende, per informare i clienti sul rispettivo "costo carbonico", aggiungendovi il simbolo di un aeroplano quando sono stati trasportati per via aerea. Non è banale: si calcola che un chilo di kiwi aerotrasportati dalla Nuova Zelanda all'Europa scarica 5 chili di CO2 nell'atmosfera; un chilo di fagioli dal Kenya ne emette nell'atmosfera 3,4 chili. In Svizzera poche settimane fa la rivista per consumatori "Bon à savoir" ha calcolato i chilometri percorsi da un paniere standard di frutta e legumi venduti nei grandi magazzini in inverno (aglio cileno, uva peruviana, rosmarino e basilico israeliani, timo sudafricano, cavolfiori spagnoli, pomodori marocchini, eccetera). Risultato: per arrivare nei nostri negozi i venti prodotti hanno complessivamente percorso fra 22'300 (supermercati Casino, attivi in Romandia) e 48'675 chilometri (Migros). Un nonsenso ecologico. Da qui l'interesse della iniziativa di "etichettatura ambientale" della Tesco. Certo, Tesco sta cercandosi delle credenziali "verdi", ed è la stessa ditta che negli ultimi decenni ha costretto alla chiusura centinaia di piccoli negozi locali. Ma è possibile che l'annuncio segni una svolta. In termini ecologici, i supermercati sono sempre stati parte del problema, approvvigionandosi laddove i prodotti sono meno cari senza badare all'impatto ambientale (fiori freschi aerotrasportati dall'America Latina…), aumentando la quantità e peggiorando la qualità degli imballaggi in nome della praticità, costruendo centri enormi che promuovono lo shopping motorizzato. Devono ora diventare parte della soluzione, inviando meno rifiuti nelle discariche e negli inceneritori, usando meno energia, e pure - cruciale - informando meglio i consumatori.

Ridurre il numero di chilometri percorsi da frutta e verdura, tuttavia, pone un dilemma etico e politico non banale: un grappolo d'uva che percorre 10'500 chilometri per essere venduto in Svizzera è una catastrofe ecologica; ma le importazioni agricole dai paesi del sud sono uno degli strumenti che potrebbero fortemente contribuire ad estricarli dalla povertà.

(copyright 2007 Bruno Giussani)
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