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Paesaggi fabbricati
Le immagini del fotografo Ed Burtynsky rivelano le dimensioni del commercio globale.
di Bruno Giussani
30 settembre 2007
Non so se e quando il documentario di Jennifer Baichwal "Manufactured Landscapes" ("Paesaggi fabbricati") arriverà nei cinema svizzeri. Forse nei prossimi mesi, o forse mai. Magari uno dei canali televisivi della SSR deciderà di comperarne i diritti e trasmetterlo: rientrerebbe perfettamente nel mandato d'informazione del servizio pubblico. E' comunque già disponibile in DVD, lo si può ordinare via Internet, ed è uno di quei documentari da non perdere.
A cominciare dal primo minuto: perchè nulla descrive in modo più chiaro e lucido la dimensione e l'essenza dell'industria globale di oggi della scena d'apertura: un "tracking shot" di sette minuti, che mostra l'immensità di una fabbrica cinese, fila dopo fila dopo fila di operai disciplinati e di efficiente ripetizione dei gesti. Una scena che avrebbe potuto filmare Stanley Kubrick.
"Paesaggi fabbricati" è basato sul lavoro del fotografo canadese Edward Burtynsky. Il suo obiettivo cattura ormai da anni sbalorditive immagini di paesaggi massicciamente transformati dall'uomo, ai quattro angoli del mondo.
Burtynsky scruta la vastità, l'enormità delle ferite ambientali e delle trasformazioni create dall'industria, dall'estrazione e produzione di energia, dai trasporti. Il documentario è un ibrido: è una meditazione che si accompagna a pochissime parole, lasciando alle immagini e ai suoni (e ai rumori) il compito di raccontare la storia. Allo stesso tempo, è un'illustrazione molto convincente degli aspetti mostruosi - no, la parola non è esagerata - del commercio mondiale.
Baichwal mostra immagini di cave e foreste morte in Canada, di montagne di copertoni usati in California, delle spiagge del Bangladesh dove eserciti di poveri diavoli si affaccendano, in condizioni estreme, alla demolizione di vecchie navi. Ma il protagonista principale del film è la Cina, la "manifattura del mondo", dove Burtynsky, seguito dalla telecamera di Baichwal, ha fotografato enormi fabbriche, infiniti porti commerciali, gigantesche cave, la diga delle Tre Gole, vasti depositi di elettronica di scarto, le conseguenze della rapida urbanizzazione di Shanghai.
Mentre guardo il documentario, mi ritrovo a pensare a pittori come Jackson Pollock, Piet Mondrian o Salvador Dalì. Perchè, rispettivamente, le foto fatte da Burtynsky di una discarica di componenti elettroniche, delle torri di containers nel porto cinese di Tianjin, e del paesaggio lunare della spiaggia di Chittagong dove si fanno a pezzi le navi dismesse, ricordano il loro lavoro. Le foto di Burtynsky sono scomode. Perchè il fotografo, puntando l'obiettivo verso alterazioni profonde e distruttive dell'ambiente, crea magnifiche, poetiche immagini. Si definisce un artista - non un reporter - e si trattiene dal giudicare ciò che fotografa, o dal politicizzarlo. "Voglio incitare la gente a pensare al futuro del nostro pianeta, senza suggerire loro una direzione", ha detto alla conferenza TED l'anno scorso.
C'è un'altra ragione che Burtynsky invoca a difesa di questa esteticizzazione della devastazione: è un modo per avere accesso. La maggior parte di ciò che fotografa si trova su terreno privato. C'è una scena nel documentario dove lo si vede con i suoi assistenti e l'interprete mentre tenta di convincere dei dirigenti cinesi ad aprire i cancelli di un deposito di carbone che si perde all'orizzonte. La frase-chiave, quella che li convince, è: "lo trasformeremo in qualcosa di bello".
Il documentario illustra come, mentre modifichiamo la natura, stiamo anche redifinendo chi siamo e la nostra relazione verso il pianeta.
(copyright 2007 Bruno Giussani)
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