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Senza Fili. L'equivoco dell'Internet mobile e come uscirne
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Stiamo navigando verso dove?
Intervista di Giuseppe Zois, Giornale del Popolo, 9 settembre 2002
In Ticino, dov'è nato e cresciuto, Bruno Giussani è noto come giornalista - ha iniziato proprio al "Giornale del Popolo", ed è arrivato poi al "New York Times" - e come imprenditore. Nel 1995 Giussani fu fra i fondatori di Tinet, la prima azienda attiva nel settore internet nel cantone, e più recentemente di Tinext. A Zurigo, dove lavora attualmente, e all'estero, dove si reca spesso, lo conoscono invece come "Mister Connected", che in traduzione un po' libera significa qualcosa come "quello che conosce tutti e che tutti conoscono". O almeno questa è la definizione che ne ha dato di lui una giornalista inglese che l'anno scorso lo ha ritratto - unico svizzero - in un libro su cinquanta protagonisti europei della cosiddetta "nuova economia". Più recentemente, durante una conferenza, il moderatore lo ha presentato come "un futurista realista", uno insomma che anche se si muove nell'ambito di tecnologie all'avanguardia e spesso dipinte come rivoluzionarie, ha saputo mantenere una distanza critica e fornire analisi meno fantasiose e più, per l'appunto, realistiche. Realismo e approccio critico che Giussani ha applicato al suo più recente libro, "Senza Fili - L'equivoco dell'internet mobile, e come uscirne", pubblicato qualche mese fa da Fazi Editore di Roma (e poco prima, in versione originale inglese, dalla Random House di Londra).
Bruno Giussani, giornalista nato fra le pareti del "Giornale del Popolo", è un "Mister Connected", un esploratore sugli avamposti della nuova comunicazione. Cosa dice un "futurista realista" della situazione attuale delle telecomunicazioni? All'uomo della strada sembra che negli ultimi anni si sia perso il senso della misura, e ora aziende e dipendenti ne pagano il prezzo, con fallimenti e licenziamenti annunciati quotidianamente.
E' vero, per un periodo il senso della misura è stato accantonato. A cavallo del secolo, quasi tutti gli operatori del settore delle telecomunicazioni si sono lasciati prendere da una grande euforia, sospinta dall'onda montante dell'internet, e dalla speranza di potervi partecipare. Nella sola Europa, hanno speso 100 miliardi di euro per acquistare delle licenze di telefonia della "prossima generazione". Quasi il doppio per comperare aziende di ogni tipo (dai siti internet alle case di produzione televisiva) nel tentativo di trasformarsi in operatori multimediali. L'equazione alla quale tutti facevano riferimento suonava così: la telefonia mobile sta crescendo in modo esponenziale; il mercato dell'internet pure; se riusciamo ad unirli (ad unire i "contenuti" ed i "canali di distribuzione") la crescita sarà esplosiva, e con essa i profitti. Sappiamo che non è andata così. Col senno di poi è sempre facile trovare ragioni che magari prima non si erano intravviste, ma in questo caso segnali allarmanti esistevano anche prima del crash.
Vien da chiedersi infatti, per esempio, fino a quando gli operatori potranno continuare a "comperarsi" dei nuovi clienti a prezzi altissimo, regalando per esempio costosi telefonini cellulari.
E' uno dei problemi. I cosiddetti "costi di acquisizione della clientela" in questo settore sono molto alti. Gli operatori hanno puntato soprattutto alla conquista rapida di parti di mercato, regalando apparecchi e in molti casi indebitandosi. In Svizzera più di metà di coloro che attualmente utilizzano un telefonino non lo facevano tre anni or sono: la crescita è stata davvero esplosiva. Ora che quasi tutti un telefonino ce l'hanno, e la possibilità di acquisire nuovi clienti è quindi limitata, gli operatori devono elaborare nuove strategie per "far consumare di più", e lanciare nuovi servizi che spingano il consumatore in questa direzione.
Uno di questi, che tutti gli operatori stanno promuovendo durante l'estate, è il cosiddetto MMS, la possibilità di prendere una fotografia grazie a un apparecchio fotografico incorporato nel telefono, e inviarla a qualcuno. Ma ne abbiamo davvero bisogno?
La storia recente del settore insegna che è estremamente difficile fare delle previsioni dettagliate su ciò che il consumatore desidera. Per esempio: il WAP, che era un sistema per distribuire dell'informazione sui telefonini, lanciato nel 1999 come il prodotto che avrebbe rivoluzionato la vita quotidiana, è miseramente fallito. L'SMS invece - i messaggi brevi - hanno avuto un successo inaspettato: attualmente se ne mandano 11 o 12 milioni al giorno in Svizzera. Il fallimento del WAP è certamente attribuibile a una catena di concause, la prima delle quali è che non rispondeva ad un bisogno reale. Il successo dell'SMS, in modo quasi specolare, si giustifica invece col fatto che questo sistema di messaggeria breve via telefonino corrisponde ad un bisogno di connettività sociale: è semplice, rapido, costa relativamente poco, non obbliga l'utente ad acquistare un nuovo apparecchio cellulare, e non disturba come una telefonata (se l'altra persona non è disponibile, il messaggio resta in attesa; se un messaggio arriva sul mio natel mentre sono in una riunione, posso leggerlo e rispondere senza disturbare nessuno). Altra differenza: il WAP era stato "spinto" a suon di campagne pubblicitarie milionarie, mentre l'SMS è un fenomeno fortuito. Nessuno l'aveva previsto, e fino a tre anni or sono non è mai stato pubblicizzato né promosso come servizio specifico dagli operatori, che lo utilizzavano essenzialmente come canale di servizio ma ritenevano che non avesse nessuna vera potenzialità commerciale (difficile immaginare in effetti che un sistema che richiede la digitazione delle cifre 2-2-2-4-4-4-2-6-6-6 solo per dire "ciao" potesse diventare un fenomeno socio-economico). Quasi contro il parere degli operatori quindi, i consumatori hanno deciso che l'SMS fosse lo strumento adatto per soddisfare il loro bisogno di connettività sociale, e ne hanno decretato il successo.
Lei è anche uno specialista dell'internet, che ha causato le attese sproporzionate all'origine della crisi attuale. Quando ne usciremo?
L'industria dell'internet ha certamente contribuito in modo significativo alla creazione della bolla speculativa negli anni 1998-2000. Con "industria" intendo un numero molto largo di persone: imprenditori e finanzieri, analisti bancari e giornalisti, speculatori e profittatori. E' un errore pensare tuttavia che l'esplosione della bolla significhi la fine dell'internet, come molti ingenuamente pensano. La Borsa è una cosa, la Rete un'altra. Il numero di utilizzatori, e l'intensità di utilizzazione, continuano a crescere, tanto al nord che al sud. Mentre molte aziende che avevano basato la loro attività su modelli fantasiosi sono scomparse, ma altre stanno prosperando e modificando le regole del gioco nel loro settore. Ormai quasi più nessuno può lavorare senza posta elettronica. La rete è diventata una parte vitale di molte attività economiche. Ma dopo l'euforia degli anni del boom internet, molti oggi sembrano passati ad un pessimismo irrazionale.
Per esempio?
Molte società dai prodotti interessanti e con buon potenziale di mercato sono oggi in difficoltà finanziarie perché gli stessi investitori che ieri le spingevano ad essere "aziende internet" hanno ritirato il loro appoggio. E' un atteggiamento stupido, ma è così. Nella parlata popolare si dice gettare il bambino con l'acqua sporca.
Come si situa il Ticino nel settore delle tecnologie innovative?
C'è un potenziale interessante, grazie ad una serie di istituti (centro di calcolo, università, Supsi, eccetera) e ad una serie di piccole aziende, alcune delle quali fanno cose veramente strabilianti (Optospeed, tanto per fare un nome). Ma manca una visione di come questa regione possa produrre innovazione senza sussidi statali.
Come va a finire per i giornali e per gli altri mass media nel braccio di ferro con internet, che fa la parte di Golia, cioè del gigante?
Come va a finire, lo sapremo solo alla fine. Ma certamente siamo già passati attraverso alcune fasi molto diverse. Sulle prime (1994-1997) i giornali e altri mass media, pur "raccontando" internet in modo entusiastico, sono stati fra i più restii ad utilizzarlo. Poi (1998-2000) l'hanno abbracciato senza ritegno, credendo ciecamente nel mito della "convergenza" che non si è proprio verificata. Ora, a partire dall'anno scorso, si rendono conto che internet non è un nemico e neppure una panacea per i mali dei mass media (e sono molti), ma piuttosto un alleato, uno strumento in più di diffusione dell'informazione, e lo usano ormai spessissimo, assieme ai telefonini, come complemento di altri canali.
Che difese può prendere il cittadino qualunque, mettiamo anche una famiglia rispetto alla colata lavica di materiale di ogni genere che arriva addosso attraverso internet?
Immagino faccia riferimento al cosiddetto "spam", cioè alla pubblicità indesiderata che inonda le caselle postali elettroniche. In mancanza di un intervento concertato dell'industria hi-tech e dei governi (ma entrambi paiono lontani anni luce), la valanga non la si può fermare, purtroppo. Ma la si può almeno contenere, utilizzando per esempio dei programmi software che permettono di filtrare i messaggi che si ricevono. Più di tutto, però, aiuta la prudenza nella distribuzione del proprio indirizzo e-mail. Quante volte in buona fede lo utilizziamo come "firma" ad una di quelle lettere-appello che circolano elettronicamente, moderne catene di Sant'Antonio, o ancora lo usiamo per partecipare a dei forum di discussione che sono poi archiviati sul Web. In tutti questi casi, l'indirizzo e-mail figura "in chiaro", cioè nella struttura "nome@luogo.ch". Vi sono fior di software, chiamati "spiders" o "robots" o altro ancora, che circolano senza sosta per il Web, percorrendo i siti link dopo link e leggendo i testi di tutte le pagine, per cercare le parole che hanno quella struttura, copiarle, e rimpatriarle negli elenchi di coloro che poi le useranno per inondarvi di pubblicità. Vi sono poi altri canali attraverso i quali l'indirizzo e-mail può finire in questi elenchi: succede per esempio di iscriversi al servizio di una qualche ditta di commercio online, dando l'indirizzo (perché altrimenti non possono contattarci). Solitamente, le ditte serie chiedono se siamo d'accordo di "ricevere informazioni commerciali dai nostri partner, selezionate secondo i vostri interessi". Se diciamo no, la cosa finisce più o meno lì. Ma vi sono ditte meno serie, che rivendono poi gli indirizzi.
Qual è la sfida più grande per l'avvenire: da una parte per chi offre, cioè il mercato globale e con l'attualità in tempo reale di internet e dall'altra per il fruitore?
Per chi offre, il rischio di scomparire in un meandro oscuro e deserto della rete è costituito dai grandi siti che accentrano gran parte dell'attenzione, e senza l'attenzione degli utenti anche un bel sito è inesistente. Per il fruitore invece, si tratta soprattutto di conservare la capacità di creare e non farsi ridurre al ruolo di consumatore. C'è una tendenza molto pericolosa in atto, in particolare da parte delle grandi multinazionali dei media e del divertimento (gli studi di Hollywood e le case discografiche in testa) a voler "normalizzare" l'internet e prenderne in qualche modo il controllo.
Con tutta l'eccezionale esperienza che Bruno Giussani si è fatto a tutto campo, dalla Svizzera all'America, nel campo della comunicazione, qual è il consiglio che si sente di dare al popolo di internet?
A chi non lo usa, di farlo: è uno strumento straordinario di conoscenza, di contatto, di creatività. A chi lo usa, di darsi comunque dei principi: non tutto è permesso, e il mito dell'internet "luogo al di sopra delle leggi e della morale" è soltanto un mito. E a chi pensa che, scoppiata la bolla speculativa in Borsa, è finita anche "questa bufala dell'internet che ci hanno rifilato in tutte le salse", beh, si sbagliano di grosso: l'internet fa oggi parte dell'infrastruttura vitale del mondo.
Un doveroso accenno va fatto anche ad un aspetto che riguarda l'opinione pubblica e cioè il mercato dell'informazione. Assisteremo ad una coriandolizzazione progressiva delle notizie e ad un continuo assottigliamento degli approfondimenti e quindi dei contributi per riflettere?
No. Al contrario. La rete oggi offre una stupefacente molteplicità di approfondimenti e riflessioni. Spesso questi sono il prodotto di singoli e gruppi che agiscono al di fuori delle tradizionali strutture dei media - recentemente per esempio con il fenomeno dei "weblogs" - delle specie di diari personali scritti da osservatori di ogni genere, e che offrono spesso opinioni e analisi di buon livello, originali, controcorrente, e attirano un pubblico piuttosto numeroso. Il Web ha liberato una forza creatrice (e quindi anche di riflessione) molto potente, che si esprime in molti modi, e che sta già contribuendo in modo marcato ad una nuova comprensione del mondo che ci circonda.
(Copyright Giornale del Popolo 2002)
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