Lo chiamano "Mister Connected". Il suo nome figura, unico svizzero, nella "Europe's A-List" di Liza Roberts, il "chi è chi" dell'internet europeo. Lui è Bruno Giussani, 37enne ticinese, di Faido. Un ticinese attualmente trapiantato a Zurigo, dove lavora per la 3G Mobile, società svizzera di telefonia mobile, appartenente alla spagnola Telefonica. Bruno Giussani occupa il posto di "Director of Innovation".
Uomo d'azione e di penna, Giussani. Sì, perchè lui, ex giornalista, ha da poco scritto un saggio sulle ultime tecnologie di comunicazione. Il libro s'intitola "Roam. Making Sense of the Wireless Internet", edito dalla prestigiosa Random House di Londra. Libro di cui a gennaio, presso l'editore Fazi, sarà disponibile anche la traduzione in italiano, dal titolo "Senza Fili". L'abbiamo incontrato.
Qual è il tema centrale del libro?
"Cercare di chiarire cosa sia realmente il cosiddetto "internet mobile" e quali servizi di telecomunicazione senza fili possiamo ragionevolmente aspettarci per il futuro. Tutti hanno sentito parlare delle decine di miliardi pagati dagli operatori europei di telefonia mobile per le licenze della "terza generazione", ma nessuno sa veramente di cosa si tratti. Cerco di spiegarlo nel libro, in un linguaggio accessibile a chiunque".
Lei è stato tra i primi svizzeri a riconoscere le potenzialità di internet. Quando ha scoperto il web?
"All'inizio del 1994, negli Stati Uniti".
Folgorato sulla via di Damasco?
"Di Boston. Cominciai ad usare l'internet in gennaio, ma mi convinsi veramente del suo immenso potenziale durante una visita al Media Lab del MIT nell'aprile 1994".
Cosa ci faceva un ticinese di Faido a Boston?
"Ero corrispondente del settimanale romando l'Hebdo a New York e andai ad intervistare il direttore del Media Lab, Nicholas Negroponte, uno dei "guru" delle comunicazioni".
E da allora?
"Da allora mi sono occupato a tempo pieno di internet e di telecomunicazioni, ma sempre da un profilo strategico e degli impatti socio-economici: non sono un tecnologo".
Bruno Giussani ha cominciato a lavorare come giornalista in Ticino. Quando e dove?
"Era il 1983, o l'84. Ho iniziato al Giornale del Popolo, con cui collaboravo già ai tempi della scuola di Commercio".
Di cosa si occupava?
"Ero nella redazione bellinzonese del Gdp".
Si annoiava?
"No, affatto. L'entusiasmo era tanto e con i colleghi c'era un ottimo feeling".
Fino a quando è rimasto al Gdp?
"Fino al 1986, quando sono andato a Ginevra, a studiare Scienze politiche, fino al 1989".
E dopo?
"Sono tornato in Ticino, all'Eco di Locarno, con Giò Rezzonico direttore e Lillo Alaimo nell'ufficio accanto. Facevamo del buon lavoro. Era il 1990. L'anno dopo mi sono trasferito a Losanna, all'Hebdo".
Di cosa si occupava?
"Dapprima sono stato reporter, poi capo della redazione politica".
Politica regionale?
"Politica internazionale, nazionale e regionale. Era un tutt'uno".
Differenze rispetto al giornalismo ticinese?
"Un'altra dimensione. E in questo non c'è alcun giudizio di valore, bensì semplicemente un discorso di possibilità, finanziarie e altro".
Un lavoro che la portava in giro per il mondo?
"Sì. Asia centrale, America latina, Russia, dappertutto in Europa".
Ricorda aneddoti particolari di quel periodo?
"Una volta, in Peru, ci trovavamo a Lima, proprio quando il movimento guerrigliero Sendero Luminoso era ormai alla fine. Dovevamo andare in un posto vicino alla centrale di polizia di Villa El Salvador, a sud della capitale. Andammo e la centrale non c'era più. Un camion-bomba l'aveva fatta saltare in aria un paio d'ore prima."
Ha seguito anche il caso degli ostaggi svizzeri, tra cui ticinesi, catturati dai ribelli curdi in Kurdistan?
"Sì. Era il 1993. Per vari motivi mi sono trovato a far parte della delegazione parlamentare svizzera che trattò coi guerriglieri curdi. Riportammo indietro gli ostaggi".
Com'è finito negli Stati Uniti?
"Come inviato dell'Hebdo, nel 1994, basato a New York".
E la Grande Mela come l'ha accolto?
"Benissimo. E' stata un'esperienza importantissima. L'apprendistato dell'America e dei suoi paradossi, della sua visione del mondo così diversa dalla nostra".
E a questo periodo risale l'incontro con internet.
"Sì. Il mio primo articolo su internet, lunghissimo, credo si intitolasse qualcosa come 'La rivoluzione del multimedia'. Il primo veramente completo mai comparso sulla stampa svizzera, una quindicina di pagine nell'Hebdo".
Quando è tornato in Svizzera?
"A fine 1994, sempre all'Hebdo".
Sempre redattore politico?
"No. Ho continuato ad occuparmi di internet. Tra l'altro, abbiamo lanciato Webdo, il primo sito Web di news in Svizzera".
E il Ticino, l'aveva dimenticato.
"No di certo. Nel febbraio del 1995 è nata Tinet, della quale sono stato uno dei co-fondatori".
Anche quella un'opera pioneristica.
"Sì. all'epoca era il secondo o terzo internet provider in Svizzera".
Chi eravate?
"Alberto De Lorenzi, Paolo Cattaneo, Raffaello Giulietti, Giovanni Taddei, ed io. Poco dopo s'aggiunse Simone Cicalissi".
Vi conoscevate da tempo?
"No. Io ne conoscevo solo un paio. E abitavo a Losanna".
Ma come avete fatto a fondare una società?
"A distanza. Ricordo che, all'atto della costituzione a Lugano, De Lorenzi aveva la delega per firmare a nome mio. E De Lorenzi, che sarebbe poi diventato direttore della società, allora lo conoscevo solo telefonicamente. Ci incontrammo una settimana più tardi".
É fiero della vostra creatura?
"Sì, perchè Tinet ha di fatto portato internet in Ticino. E all'epoca era veramente una cosa nota a pochi".
Dunque avete svolto un'attività da evangelizzatori della rete?
"In un certo senso, sì. Il far conoscere Tinet coincideva necessariamente col far conoscere internet. Tinet fa ora parte di Cablecom, ed il nostro progetto continua con Tinext, una società di software e servizi web che abbiamo fondato all'inizio di quest'anno con alcune delle stesse persone."
Quand'è che è andato via dall'Hebdo?
"Nel 1998. Sono andato a lavorare per il World Economic Forum di Davos, come direttore, per due anni".
E a quando risale l'esperienza di redattore per l'Europa di "Industry Standard", la bibbia della new economy?
"Subito dopo. Prima a Ginevra, poi a Zurigo. Un ottimo giornale, da tutti riconosciuto di alta qualità, vittima del crollo del mercato pubblicitario negli Stati Uniti".
Lei è stato anche editorialista Internet del New York Times.
"Sì, mi contattarono chiedendomi se fossi interessato a tenere una rubrica settimanale descrivendo l'evoluzione della "Internet economy" in Europa. Nturalmente ad una domanda di questo genere nessun giornalista risponde "no". Ho scritto per loro dal 1996 al 2000".
(Copyright Il Caffé 2001)
Torna all'elenco delle recensioni