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Senza Fili. L'equivoco dell'Internet mobile e come uscirne
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di Roberto Di Caro, La Repubblica/D!, 21 maggio 2002
Staccare. Svincolarsi. Tagliare la corda. Mollare la presa, la tua sul mondo
perchè il mondo molli la sua su di te. In una parola: disconnettersi. Magari
a tempo: quattro ore al giorno, dalle 10 alle 2 di pomeriggio, senza telefono
né mail, come "l'information free time" imposto ai suoi dipendenti dalla
Computer Associates, o due settimane ogni sei mesi fuori dal mondo, lusso
che si concede persino Bill Gates, l'uomo della connessione universale.
Palliativi? C'è una soluzione più radicale: optare nel quotidiano per un
moderato autismo contro l'overdose di informazioni, contatti, relazioni,
rapporti, richieste, attenzioni obbligatorie, risposte coatte. Dirlo non
è difficile, suona come invito a una salutare dieta dello spirito in linea
con quelle del corpo, del cibo, dell'alcol, del fumo. Farlo è altra storia.
Perchè tutto il mondo che ci circonda - lavoro, amore, svago, scuola, relazioni
personali e meccanismi di affermazione di sé - funziona ormai sulla moltiplicazione
infinita delle relazioni e degli scambi. Stacca la spina e sei fregato,
isolato, espulso: un suicidio.
Non puoi staccare, devi imparare a staccare: sul filo di questo paradosso
si snocciolano le cento pagine di "Overdose. La società dell'informazione
eccessiva", appena uscito da Marsilio Editore, autore Giuliano da Empoli,
giovane sociologo che sei anni fa, appena 23enne, ci raccontò l'altra faccia
della sua generazione in "Un grande futuro dietro di noi".
Viviamo in uno stato di "vulnerabilità cognitiva", dice da Empoli: costretti
ad assorbire una massa sterminata di informazioni, non abbiamo più né il
tempo né la forza per assimilarle, elaborarle, trasformarle in conoscenza.
Ciò si traduce in una sorta di anchilosi dei meccanismi di decisione e di
scelta. Tali e tante sono le variabili, tutte a nostra disposizione, che
non sappiamo più quali considerare e quali scartare. Tanto più avendo gettato
alle ortiche tradizioni, religioni, ideologie e autorità riconosciute, gabbie
mentali che però funzionavano egregiamente da semplificatori della complessità
(economia cognitiva, si chiama) e ci risparmiavano la fatica di raccogliere
e vagliare in proprio, per ogni più piccola presa di posizione, un'infinità
di elementi.
Seguono, a cascata, altri paradossi. Richiediamo e ci viene richiesta sempre
maggiore attenzione (guai non rispondere a una mail), ne riceviamo e siamo
in condizioni di offrirne sempre meno. Non resta che pagarla. Insieme al
lavoro creativo, l'unico settore in crescita è quello degli "attention-givers",
datori di attenzione, badanti, governanti, balie, maggiordomi, personal-trainer,
personal-shopper e simili.
Schiacciati sul presente, sappiamo di più, ma conosciamo di meno. Dovremmo
e potremmo scegliere meglio, ma decidiamo sempre meno. Più grande è il mare,
più ci servono le stelle o le mappe, ma le prime sono più che mai nascoste
nel pulviscolo, le seconde sempre più difficili da tracciare. Il rischio
concreto è quello che un fosco Pietro Citati ha descritto nel suo "L'armonia
del mondo": "stiamo conoscendo un nuovo tipo di uomo: colui che riceve
le notizie. Egli ha abolito in sé la forza visionaria dello spirito, l'immaginazione,
la pura tensione speculativa, l'amore del gioco, la tenerezza per le parole.
Gli è rimasta una sola qualità: la prensile, quasi animalesca capacità di
captare notizie."
Tocca reagire, e in fretta. "Affermato il diritto fondamentale all'interconnessione,
dobbiamo cominciare a porci il problema di garantire a tutti uno speculare
diritto alla disconnessione", dice da Empoli. E, sul piano personale, dovremmo
scrollarci di dosso "il feticismo informativo che ci spinge ad accumulare
la maggior quantità di pseudo-conoscenza possibile", e ricordarci che "determinante
per la sopravvivenza è l'efficacia con la quale ignoriamo le informazioni
irrilevanti".
Siamo sul crinale di una débâcle delle nostre capacità di interpretare e
di agire? Non per Bruno Giussani, a un tempo manager delle telecomunicazioni
(al vertice delle società svizzere Tinet, Tinext, Telefonica 3G Mobile)
e osservatore del settore (per quattro anni titolare della rubrica internet
del New York Times): di lui Business internazionale ha appena pubblicato
"Senza fili", corposa analisi dell'ultimo equivoco della new economy, quello
dell'internet mobile.
Disconnetersi per autodifesa? "Il cellulare ha un
pulsante on-off: basta usarlo, e si può ancora fare. Le mail eravamo sempre
lì a controllarle: adesso lo facciamo un paio di volte al giorno. Una volta
apprese le regole intime delle nuove tecnologie, ci avviamo naturalmente
verso una loro gestione equilibrata della nostra vita". E l'"information
overload", il sovraccarico informativo? "Niente di nuovo, è già successo
quando Gutenberg inventò la stampa: nacquero biblioteche e scuole pubbliche,
le strutture sociali per canalizzare i nuovi flussi di informazioni". L'incapacità
di scegliere per eccesso di dati? "Ma l'ignoranza selettiva, il privilegiare
i dati che servono, è un meccanismo non del tutto conscio, che agisce per
mezzo dell'istinto".
Insomma, la storia funziona come un pendolo: una nuova tecnologia crea squilibrio
e determina eccessi, poi le persone e le collettività ritrovano in sé le
risorse di intelligenza e di sensibilità per costruire una nuova stabilità.
Ora, per Giussani, siamo proprio in questa fase di ricostruzione. Che è
spontanea e non programmabile.
Anche perchè orientare i comportamenti propri e altrui sulla base di ragionevoli
previsioni non sembra più facile per i colossi delle telecomunicazioni che
per i sociologi o i cartomanti. A guardare con attenzione, negli ultimi
tempi non ne hanno azzeccata una. Il wap è stato un fallimento, roba da
zero virgola qualcosa di utilizzatori, perchè internet sul cellulare è brutto,
lento e costoso. E i 12 miliardi di euro pagati in Italia (120 in Europa)
per le licenze dei cellulari di prossima generazione, gli Umts, si stanno
rivelando, dice Giussani, "un errore marchiano: non li recupereranno mai,
il video sul telefonino sarà forse un successo fra dieci anni, non ora".
E la clamorosa svista sul business degli sms? "Nessun responsabile marketing
di telefonia mobile aveva intuito per tempo che avrebbero rivoluzionato
il vivere quotidiano, tutti pensavano che quindici pulsanti per dire ciao
fosse una proposta commerciale senza interesse", racconta Giussani.
Oggi si spediscono nel mondo 200 miliardi di sms l'anno. Disponiamo di 550
miliardi di pagine internet, che crescono al ritmo di 7,3 milioni al giorno.
Le sole aziende americane producono 5 miliardi e mezzo di documenti ogni
anno. La nuova Biblioteca nazionale francese contiene 400 chilometri di
scaffali con 10 milioni di volumi più tutti gli altri supporti multimediali
o meno.
Nel modo in cui abbiamo finora considerato il problema, rafforzare e moltiplicare
le nostre connessioni col mondo e pagarne i prezzi, oppure disconnettersi
nel profondo cambiando i nostri stili di vita, c'è però qualcosa che non
funziona. Manca un pezzo. E viene un sospetto. Che meccanismi, perversi
questa volta, di disconnessione dalla comunità siano in realtà la trama
stessa, e la conseguenza prima, del mondo della connessione universale.
Continuiamo a raccontarci che questa è la società dell'interdisciplinarità,
della "cross-fertilisation", dell'incrocio di tutti i saperi e competenze,
delle reti complesse e flessibili, dove tutti sanno un po' di tutto, come
sognava Pascal. In realtà succede il contrario. Come gli "otaku" giapponesi,
giovani monomaniaci ossessivamente consacrati a un solo interesse, siano
i manga o i videogiochi o le starlettes, anche noi ci isoliamo sempre più
ritagliandoci nicchie protette di conoscenze specialistiche dove almeno
non ci perdiamo. La tv generalista sarà magari scadente, ma ha unificato
un Paese e allenato alla tolleranza, le tv specializzate accentuano al contrario
la frammentazione sociale e segmentano il pubblico in fasce autoreferenziate,
perfette solo per i pubblicitari.
"Superato il taylorismo nelle fabbriche, ciascuno di noi si trova esposto,
paradossalmente, al rischio di un taylorismo cognitivo", scrive Giuliano
da Empoli. La scuola va a ruota, e tutte le riforme immaginate da sinistra
e da destra puntano sulla specializzazione e la professionalizzazione precoce,
considerando ferrovecchio l'umanismo da liceo classico d'antan.
Fine del "citoyen", noia della politica, insofferenza per le diversità,
democrazia a rischio. Che quello degli "otaku" sia solo l'altra faccia del
mondo delle reti?".
(Copyright La Repubblica/D! 2002)
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